È solo una bustina di zucchero

Lo zucchero rappresenta al giorno d’oggi uno dei beni di consumo quotidiano più richiesti e diffusi su scala globale, basti pensare che un italiano medio ne consuma circa 27 kg all’anno.

Ma dove nasce e qual è la sua storia?

La storia dello zucchero nasce legandosi indissolubilmente alla storia della tratta negriera e della schiavitù. 
Sfruttamento e condizioni di lavoro deplorevoli sono stati gli elementi costitutivi del sistema di piantagioni istituito nelle diverse isole caraibiche fin dall’inizio della conquista del nuovo mondo, generando un rafforzamento egemonico di questa economia durante i tre secoli successivi. 
Con il passare del tempo, per poter soddisfare la sempre crescente domanda di saccarosio, si sono in breve tempo sviluppate numerose coltivazioni intensive di canna da zucchero, gestite da grandi multinazionali e basate su filiere sempre più complesse e intricate.
Questa sempre maggiore complessità insita nelle filiere porta inevitabilmente con sé il rischio che al suo interno, tra un passaggio e l’altro, vi siano criticità e violazioni dei diritti fondamentali.

Nel caso della canna da zucchero le criticità maggiori sono due: lo sfruttamento umano e quello ambientale.
La produzione agricola in questo campo è ancora scarsamente meccanizzata, ciò comporta che la maggior parte del lavoro viene svolto dai cosiddetti picador, i braccianti stagionali che tagliano a mano le canne da zucchero.
Questi ultimi vengono assunti attraverso accordi orali e vengono pagati a cottimo, ciò implica che la loro retribuzione sia estremamente variabile e dipenda da fattori spesso esterni e indipendenti dai braccianti stessi. 
Il lavoro nei campi della canna da zucchero, essendo precario ed altamente pericoloso, porta con sé una problematica di tipo sanitario. Il taglio delle canne, infatti, avviene con l’utilizzo di affilati machete e la mancanza di dispositivi di protezione fa in modo che non di rado i picadorabbiano gravi incidenti. 

Inoltre, l’esposizione prolungata ai raggi solari e al calore è rischiosa per la salute e le polveri sottili sollevate durante il taglio possono provocare gravi patologie respiratorie.
Un’altra criticità di cui tenere conto è l’impiego di manodopera minorile compresa in media tra i 14 e i 18 anni. I giovani vengono coinvolti nel lavoro dei campi per aiutare le proprie famiglie in difficoltà, rischiando non solo precoci problemi alla salute, ma anche di dover abbandonare il proprio percorso d’istruzione in tenera età.

Ulteriori violazioni si riscontrano per quanto riguarda il fenomeno chiamato land grabbing, pratica di sottrazione delle terre a popolazioni autoctone il cui sostentamento è direttamente legato alle risorse del luogo. All’origine di tale fenomeno vi è spesso l’impossibilità per le popolazioni locali di dimostrare attraverso titoli di proprietà la legittimità di risiedere in terre ancestrali abitate da generazioni. Sfruttando questo vuoto normativo sempre più investitori privati, in gran parte appartenenti a gruppi imprenditoriali stranieri, negoziano direttamente con i governi nazionali i termini per le concessioni di queste terre. 

A tutto questo va ad aggiungersi il non trascurabile problema ambientale. Oltre ad un progressivo deterioramento della biodiversità locale, dovuto all’impoverimento del suolo, l’utilizzo massiccio di fertilizzanti e diserbanti chimici nelle piantagioni porta ad una contaminazione delle risorse idriche locali, con conseguenti problemi sulla salute delle persone.

Pensi ancora che sia solo una bustina di zucchero? 

Nella nostra quotidianità abbiamo imparato a dare per scontata la presenza di ogni singolo prodotto che troviamo su un qualsiasi scaffale di supermercato, senza chiederci la provenienza, la lavorazione, la validità delle materie prime, le persone coinvolte nel processo produttivo ecc. 

Lo zucchero in questo caso è stato il prodotto che abbiamo voluto mettere sotto la lente d’ingrandimento, ma in realtà, per la maggior parte dei prodotti che troviamo nelle nostre dispense, potremmo risalire all’origine del processo produttivo e di conseguenza decidere da che parte stare. 

Vogliamo continuare a finanziare aziende che fanno finta di non vedere ciò che accade nelle piantagioni da cui comprano la materia prima, o vogliamo cambiare abitudini e scegliere consapevolmente?

Il cambiamento parte dalle nostre azioni.

Esistono molte alternative diverse ed efficaci al sistema di sfruttamento capitalistico. Una di queste è Altromercato, un tipo di commercio equosolidale che ha come vision due aspetti fondamentali:

Alto impatto sociale

Altromercato pone al centro non il profitto ma la dignità di ciascun lavoratore, è sensibile al tema della sicurezza alimentare, genera occupazione migliorando la qualità della vita delle comunità, garantisce un reddito equo che può essere reinvestito nell’economia locale, difende l’agrobiodiversità e assicura un utilizzo sostenibile ed equilibrato delle risorse naturali. 
Nel nostro caso, Altromercato garantisce ai produttori di canna da zucchero un prezzo equo, condizioni di sicurezza adeguate e una formazione continua per migliorare e innovare il loro lavoro. Questo commercio si fonda su una filiera corta, la quale assicura una maggiore trasparenza lungo tutto il processo.
Inoltre, supporta i propri produttori facilitando loro l’accesso al credito per poter prefinanziare i raccolti e l’acquisto di materie prime per la produzione.

Basso impatto ambientale

Uno dei valori cardine di Altromercato è la salvaguardia ambientale in ogni sua forma.
Durante tutto il processo produttivo vengono protetti la biodiversità e il suolo per fare in modo che non vengano recati danni alle comunità locali, che sono anzi aiutate e incentivate a crescere e autosostenersi.
Grazie alla scelta di coltivare su terre marginali, Altromercato garantisce che il suolo su cui la canna da zucchero viene coltivata non sia il risultato dell’abbattimento di foreste primarie. 
Scegliamo uno zucchero buono per tutti, per chi lo produce e per chi lo consuma.

Non compri un prodotto, scrivi la storia.

La bottega di Novi Ligure

E voi, volete essere parte del cambiamento? 
Ci trovi in Via Paolo da Novi 51 a Novi Ligure. Ma anche ad Acqui Terme, Alessandria, Casale Moferrato ed Ovada.

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Elena Carrea

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