Bambini e covid, le responsabilità della scuola e dei genitori

Dopo mesi di didattica a distanza, a settembre le scuole hanno riaperto. Finalmente direi perchè, oltre ovviamente ai vantaggi formativi, a mio avviso, in questo periodo in cui la socializzazione è praticamente pari a zero, la scuola è l’unico posto dove i nostri figli possono vivere una sorta di normalità fuori dalle mura di casa. 

I protocolli adottati dagli istituti scolastici per prevenire i contagi da Covid-19 sono rigidi e comprendono il fatto che i bambini non possono accedere alla scuola con temperatura corporea oltre i 37,5°C o se già a casa manifestano sintomi compatibili con quelli del coronavirus, come tosse o raffreddore.

Una novità? Teoricamente no. A scuola con sintomi influenzali sarebbe meglio non mandarli mai i figli, coronavirus o no. Ma in passato i controlli erano meno rigidi e difficilmente il personale della scuola si prendeva la responsabilità di rifiutare un bambino “malconcio”. Oppure i genitori gli davano un bel antipiretico prima di uscire di casa e per qualche ora era a posto. Forse lo fanno anche adesso, in realtà…

Ma perchè mandarli lo stesso a scuola rischiando la salute loro e degli altri? Forse è capitato a tutti di pensare che una febbre leggera passi veloce oppure di essere in difficoltà perché non si hanno alternative come prendere un permesso da lavoro e non avere a disposizione nell’immediato i nonni o la babysitter. C’è da dire che in Italia la legge poco aiuta i genitori lavoratori che hanno bisogno di permessi per accudire i figli. Ma se è vero che a volte può essere difficile organizzarsi diversamente, è altrettanto vero che in un bambino malato o in via di guarigione il sistema immunitario è debole e il corpo può non reagire bene all’arrivo di una nuova infezione. Inoltre ovviamente rischia di contagiare compagni e docenti, creando perciò negli altri un disagio fisico, ma anche le stesse difficoltà nella gestione famiglia/lavoro. 

Soffermiamoci ora su quanto succede con il Covid. 

Dicevamo controlli più rigidi, ma anche aspetti controversi. 
Partiamo dal presupposto che i rischi sono maggiori specialmente coi bambini sotto i 6 anni, per i quali non è obbligatoria la mascherina e dai quali è più difficile pretendere il distanziamento sociale. I più piccoli, poi, mettono ancora gli oggetti in bocca e non sono autonomi in molti gesti quotidiani, per i quali necessitano l’aiuto e la vicinanza delle maestre.

Di positivo c’è il fatto che a livello di mali stagionali “classici” sembra davvero che i bambini quest’anno si ammalino meno perché, volenti o nolenti, ci sono meno alunni palesemente raffreddati e malati che frequentano gli istituti. 

Ma veniamo al punto più assurdo. Cosa prevedono i protocolli in caso di casi positivi? La sezione viene messa in isolamento in quanto c’è stato un contatto diretto. Durante la quarantena dell’alunno, i familiari non hanno alcun obbligo di isolamento. Fratelli e sorelle possono quindi continuare a frequentare la scuola…. E rischiare di contagiare qualcuno. Ora posso capire (ma non condividere) se il fratello o la sorella in questione hanno un’età tale da tenere la mascherina a scuola e capire che devono mantenere le distanze di sicurezza, ma quando frequentano il nido o la scuola dell’infanzia mandarli a scuola per me è assolutamente da incoscienti. Invece so di bambini mandati a scuola con la mamma in attesa di tampone o il fratello in isolamento fiduciario. 

Rimango quindi dell’idea che sia assurdo che una intera classe venga posta in quarantena per un caso di Covid, mentre i fratelli dei bambini coinvolti nella vicenda siano liberi di frequentare le scuole. Trovo comunque ancora più assurdo che certi genitori non si mettano la mano sulla coscienza. Non ci lamentiamo, poi….

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Benedetta De Paolis

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