Libarna vittima delle sue scoperte

L’altra sera, vedendo il documentario su Pompei, in cui il lavoro degli archeologi era posto in primo piano, ho pensato a quanto in tutta Italia, e non solo, ci siano meraviglie che meriterebbero più attenzione di quella che, invece, ricevono. Ho subito pensato al nostro territorio, così ricco di testimonianze del passato, ma anche così ignorato nella maggior parte dei casi. Intendiamoci, Pompei è uno scrigno inesauribile e molto probabilmente ineguagliabile, soprattutto grazie all’eruzione del 79, che ha assicurato la conservazione di quella che potremmo definire una perfetta istantanea della vita dell’epoca, ma sicuramente un po’ più di considerazione nei confronti di tutti quei siti “minori” non guasterebbe.

Penso alla città romana di Veleia, in provincia di Piacenza, chiamata anche la piccola Pompei del nord. Pare che le cause del suo abbandono – sicuramente ancora oggi nebulose – possano essere ricollegate a fenomeni naturali avversi, come, per esempio, una frana, che avrebbe sotterrato l’intera città, tanto da aver evocato l’idea di un evento analogo all’eruzione di Pompei già nei primi scavatori del Settecento. La sua fama – oltre a questo appellativo che, certamente, deve suscitare particolare interesse in chi ne sente parlare – è dovuta anche ai meravigliosi ritrovamenti, caratterizzati da una spiccata ricchezza, sia in termini di materiale che di mano d’opera. Ovviamente la sua notorietà è assolutamente meritata, ma mi chiedo come mai tutto questo non avvenga anche per la nostra Libarna.

Si tratta di un’area archeologica importantissima, che testimonia il valore di quella che fu una città fondamentale per lo smistamento delle merci e che rappresentava una vera e propria porta d’ingresso per la Pianura Padana. Si trovava, infatti, lungo la via Postumia, la direttrice che congiungeva Genova con Aquileia, centro nevralgico dell’Impero Romano, sede di un grande porto fluviale accessibile dal mare Adriatico.

Riguardo la domanda posta prima, credo che la risposta vada ricercata non tanto nella storia stessa di questa città (che determinerebbe una sicura fama del sito), bensì nelle scoperte, negli scavi e nella loro valorizzazione e non valorizzazione, soprattutto. Ciò che colpisce di Libarna – ed è un po’ quello che accadde anche con i reperti dell’ex Museo Archeologico di Tortona – è che molti ritrovamenti, invece che essere posti in un nuovo museo realizzato proprio in occasione delle novelle scoperte, siano finiti, invece, al Museo di Antichità di Torino e non solo. 

L’antica città di Libarna venne scoperta nel XIX secolo: fra i primi a interessarsi all’area fu il canonico Giuseppe Antonio Bottazzi, autore del volume Osservazioni storico-critiche sui ruderi di Libarna ed origine di alcuni castelli del tortonese (1815), che costituì la prima raccolta sistematica di informazioni su Libarna. Un particolare ruolo nei ritrovamenti di quest’area lo ebbero la realizzazione della Strada Regia dei Giovi (1821-1823) e quella della tratta ferroviaria Torino-Genova (1850).

Le cause della dispersione del patrimonio archeologico dell’antica città di Libarna sono da ricercare già al principio della scoperta, infatti i contadini, che certo non potevano permettersi di rinunciare ai propri spazi, iniziarono a gettare i ritrovamenti – dei quali raramente percepivano il valore –, che mano a mano riaffioravano dalla terra, nello Scrivia o, nei migliori dei casi, ad accumularli in degli spazi incolti, come nel caso della collinetta detta il Montone della Pieve, sotto alla quale sarebbe stato poi rinvenuto il teatro. Solo pochissimi reperti vennero salvati da quel destino, forse grazie alla loro particolare decorazione o alle iscrizioni, che dovevano accendere l’immaginazione dei casuali scopritori. Bottazzi, quindi, cercò di migliorare questa situazione, non solo studiando i vari reperti, di cui annotava molteplici informazioni, ma anche interessandosi alla loro tutela, sfruttando la sua posizione di Antiquario Ecclesiastico S.M. e le sue conoscenze, tra le quali quella con lo storico Lodovico Costa, originario di Castelnuovo Scrivia. È così che Bottazzi iniziò a inviare i ritrovamenti all’Accademia delle Scienze, la quale, poi, li trasferiva al Museo di Antichità di Torino. Nel caso di Libarna si può intravedere un possibile modello di tutela del tempo, che, in assenza di specifiche normative, utilizzava l’importanza della Reale Accademia torinese e il suo legame con le strutture dello Stato. È in questo modo che decine e decine di rinvenimenti furono trasferiti a Torino, andando a minare lo stesso sito di provenienza, come per esempio una tomba a camera, ritrovata da Bottazzi il 5 agosto 1824 e che venne ceduta al Regio Museo di Antichità. 

Tra il regno di Carlo Felice e quello di Carlo Alberto, grazie a una nuova sensibilità, venne costituita la Giunta di Antichità e Belle Arti (1831-1853), il cui scopo era fondamentalmente quello di catalogare e tutelare tutti i beni storici e artistici che avrebbero potuto costituire un valore per la monarchia. Nel caso di Libarna l’area del teatro venne espropriata, così da evitare nuove devastazioni, assicurandola, quindi, al patrimonio dello Stato. Anche in questo caso i reperti vennero mandati alla Reale Accademia delle Scienze, che si occupò poi di trasferirli al Regio Museo di Antichità.

Nel 1857 un gruppo di studiosi genovesi diede vita alla Società Ligure di Storia Patria, che si occupò inizialmente soprattutto al Medioevo genovese, ma poi trovò interesse anche nelle epigrafi latine della Liguria, finendo per occuparsi anche di Libarna, area sentita come ligure a tutti gli effetti e che esercitava un particolare fascino, principalmente grazie ai numerosi ritrovamenti, dai quali nacquero delle raccolte di antichità, anche con l’impegno di Gianfranco Capurro, sacerdote di Novi Ligure e importantissima figura che si distinse per vari meriti, tra i quali quello di aver ideato un nuovo metodo di insegnamento, infatti – come scrive Lorenzo Robbiano nei volumi I senza volto parte I I senza volto parte II – il tema dell’istruzione fu una vera e propria costante nella vita di Capurro. Tra le tante azioni, inoltre, spicca anche quella di essersi occupato con passione e dedizione al sito archeologico di Libarna. Alla Società Ligure di Storia Patria partecipò anche Alexander Wolf, un esule tedesco, che si trasferì a Tortona, dove, nel 1864, trovò alcune iscrizioni nella zona di Porta Voghera. Scelse di farsi aiutare, con la speranza che quest’ultimo poi proseguisse il suo lavoro, dal tortonese Di Negro-Carpani. Le loro ricerche diedero numerosi risultati: i molti reperti – tra cui soprattutto epigrafi – vennero poi inviati a Genova, alla Società Ligure di Storia Patria, ma anche trattenuti nelle proprie collezioni private e quella di Wolf fu poi donata a Genova. A tali rinvenimenti si interessò anche Santo Varni, importante scultore genovese, che, vedendo la collezione di Di Negro-Carpani, decise di acquistare reperti sia da Tortona che da Libarna.

Con la costruzione del tratto ferroviario tra Novi e Arquata della linea Torino-Genova avvenne la scoperta definitiva del luogo, motivo per cui si vide la nascita di due importanti raccolte archeologiche, quelle di don Costantino Ferrari, di Serravalle Scrivia, e di don Gianfranco Capurro. Negli anni Cinquanta del XIX secolo, grazie a questo fervente spirito di ricerca, si rinvennero il maggior numero di reperti. I ritrovamenti di Capurro furono depositati all’Accademia Filarmonico Artistica Letteraria di Novi Ligure, mentre quelli di maggiori dimensioni rimasero alla villa Torrazzo-Capurro. I continui rinvenimenti determinarono l’accrescersi delle collezioni locali e la necessità di iniziare a pensare a una loro collocazione: la collezione di don Ferrari, per esempio, venne acquistata dallo Stato e depositata presso la Regia Biblioteca Universitaria di Genova. La fama di Libarna attirò l’interesse del principe Odone di Savoia, particolarmente sensibile all’archeologia, tanto da acquistare vasellame greco e oggetti di età romana attraverso le consulenze di Santo Varni, che questa volta venne nuovamente inviato a Libarna per un sopralluogo. Per lo scultore genovese questa fu anche un’opportunità per ampliare la propria collezione, andando a creare una bozza per un utopico catalogo delle opere raccolte e anche di quelle viste, per esempio in collezioni private o presso il Regio Museo di Antichità di Torino. Rimangono, quindi, numerosissimi disegni, tra cui quello della lastra in bronzo con thiasos marino, oggi conservata al Museo di Antichità di Torino, proveniente, però, da Libarna. Il ruolo di Santo Varni in questo sito spicca anche per rapporti da lui redatti, in cui ben presto gli aspetti antiquariali ed estetici lasciarono spazio a una descrizione del contesto di scavo, mostrando, quindi, un approccio quasi moderno alla ricerca archeologica da parte dell’artista. 

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Santo Varni, Disegno di lastra in piombo da Libarna.
Lastra in piombo con thiasos marino, Museo di Antichità di Torino

Negli ultimi decenni dell’Ottocento si assistette alla scomparsa dei primi attori delle ricerche nel territorio di Libarna e Tortona, andando a determinare, quindi, non solo il termine di una fase pionieristica, ma anche l’arenarsi di molti progetti e iniziative. Ciò che, però, colpisce è come un enorme numero di reperti sia andato perduto – anche a causa di tutti i saccheggi perpetrati dagli abitanti del luogo almeno fino agli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, andando a danneggiare inesorabilmente i meravigliosi mosaici che decoravano questa incredibile città – o disperso tra le varie collezioni e musei, arrecando sicuramente un danno al sito stesso: la mancanza di importanti e grandi reperti, ancora oggi conservati presso raccolte private, come il Museo di Antichità di Torino e il Museo Archeologico di Genova Pegli, va a minare l’interesse nei confronti del sito archeologico e del suo museo presso Serravalle Scrivia, nel quale è conservata buona parte della collezione Capurro. Sono anche da considerare alcune campagne di scavo che, dopo il ritrovamento di importanti parti della città, finirono con il ricoprirle, per mancanza di fondi o in funzione del tratto ferroviario.

Tutti questi avvenimenti, frutto di un’idea di tutela molto diversa da quella che oggi conosciamo e di scelte discutibili da parte di chi doveva valorizzare l’area e di chi decise di derubare il sito (fino a quando quest’ultimo non fu chiuso e aperto al pubblico solo in funzione di visite regolamentate) hanno sicuramente penalizzato fortemente il sito di Libarna, ancora oggi poco conosciuto al di fuori della provincia e addirittura scarsamente considerato dagli stessi abitanti delle aree circostanti. La città di Veleia, invece, ha un museo con una collezione consistente e, soprattutto, con pezzi che attirano sicuramente un’attenzione maggiore grazie al loro particolare pregio.

Forse la causa della poca considerazione nei confronti di Libarna è proprio da ricercare nella fase pionieristica delle scoperte e non solo in opinabili scelte di valorizzazione e marketing, che sembrano tuttavia troppo spesso mancare, mostrando delle lacune di gestione imperdonabili. È, comunque, da sottolineare l’impegno odierno del sito stesso, anche attraverso lodevoli iniziative, come pièce teatrali, ma pare comunque indispensabile un ulteriore aiuto da parte delle istituzioni.

Con questo articolo intendo, inoltre, ricordare la dottoressa Finocchi, le cui ricerche furono fondamentali per l’area archeologica di Libarna, scomparsa l’8 dicembre scorso. Il suo impegno e la sua dedizione sono oggi fonte di ispirazione per tutti coloro che esercitano il mestiere di archeologo o che stanno ancora studiando per raggiungere questo traguardo. 



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Fiammetta Merlo

Un pensiero su “Libarna vittima delle sue scoperte

  1. Complimenti all’autrice per questo eccellente articolo. Conoscere le potenzialità archeologiche del nostro territorio è di grande importanza, sia per salvaguardarle sia per potenziarlo dal punto di vista turistico .

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