La recensione: il “Ghiacciolo alla pera” di Enrico Varrecchione

Una premessa. Conosco Enrico Varrecchione, l’autore del libro che vado a recensire nelle prossime righe, ho avuto il piacere di incontrarlo durante la collaborazione a Il Novese e di apprezzarlo per il suo essere così genuino, dote assai rara al giorno d’oggi. E genuino è lo stesso aggettivo che utilizzerei per definire il suo ultimo libro, “Ghiacciolo alla pera”, che già il titolo fa pregustare pagine sicuramente curiose. Ma prima una domanda, anticipando quelle, altrettanto originali, che Enrico pone alla fine del suo scritto: esiste il ghiacciolo alla pera? Perché io ricordo, come massimo della trasgressione, quello all’anice o alla coca cola, ma sembra che in Svezia si possa trovare. 

E in Svezia, luogo dell’Erasmus, si svolge per lo più la vicenda autobiografica del nostro Enrico.

Intanto, bastano poche pagine per scoprire che l’autore di questo divertente libello soffre di attacchi di panico, che per deformazione professionale provvedo subito ad analizzare e classificare. In realtà, nemmeno lui lo sapeva finché, in una notte fredda e solitaria, non si ritrova preda di una serie di sintomi prodromici di un attacco cardiaco, che tale però non è. È un attacco di panico e così mi spiego quella vaga sensazione di ansia che mi assale quando comincio a leggere il libro di Enrico, ve lo giuro, leggo le prime pagine con la percezione fastidiosa del respiro che tende ad abbreviarsi, assumendo un ritmo molto simile, certamente più blando, a quello tipico dell’attacco d’ansia o di panico (che sono due cose diverse, mi preme sottolinearlo). E già che ci sono mi misuro i battiti con l’apposita applicazione del cellulare, strumento indispensabile di ogni ipocondriaco che si rispetti (scommetto con una certa sicurezza che l’abbia scaricata anche Enrico). La conferma arriva, ho i battiti leggermente accelerati, che per me che sono bradicardica è un evento, e capisco che quell’ansia, è proprio Enrico che riesce a comunicarla attraverso il suo scrivere concitato, senza soluzione di continuità, in un ritmo che ti fa caracollare tra le parole, gli eventi e i sorrisi che inevitabilmente ti strappa la lettura di episodi, diciamolo, decisamente ridicoli, al limite del paradossale. Della serie: se me li raccontassero non ci crederei, peraltro pensiero quanto mai attuale in questo tempo che stiamo vivendo e che, a ben pensarci, il nostro libro potrebbe aiutare ad alleggerire almeno per il tempo della lettura. 

L’ansia di cui sopra è davvero fugace, mi preme dirlo, ma penso possa rendere l’idea di un inizio scoppiettante con tanto di scorreggia, che è una delle cose più normali del mondo, ammettiamolo, fisiologica e necessaria al benessere fisico, forse anche psicologico, di ogni essere umano, eppure non si dice! Già questo accenno ad uno dei tanti contenuti dovrebbe rendere bene l’idea dello stile leggero, spesso disarmante, che fa di Enrico un narratore simpatico oltre ogni ragionevole dubbio. E, infatti, di questo libro amo l’assoluta sincerità, il mettersi a nudo con una tale onestà delle proprie parti difettuali, da farti esprimere: ma anche io! Ad esempio, quando parla degli esperimenti culinari in Svezia e della sua cucina brutta ma buona, ecco, esattamente come la mia, l’impiattamento ma chissenefrega, in epoca pre Masterchef nessuno sapeva nemmeno cosa fosse, ora è tutto un fare ghirigori con le salse per adornare piatti che non sazierebbero neppure una pulce (che ipotizzo si sazi con molto poco, date le sue dimensioni). 

Un altro pregio del libro? Ti trascina dentro il suo modo di raccontare scanzonato, tanto che mentre scrivo queste righe mi rendo conto di esserne influenzata nello stile, non con la capacità di Enrico, ma non ne posso fare a meno, le parole escono così, un po’ burlone, a volte irriverenti e canzonatorie proprio come le sue. Un senso di autoironia che non è prendersi in giro, ma saper giocare con gli umani difetti e manie per farne particolarità rasserenanti, ed è un ottimo meccanismo di difesa per riuscire a stare anche in situazioni imbarazzanti quando non decisamente disagevoli (e qui ne troverete tutta una serie nelle quali l’autore si è trovato coinvolto).

“Pigellin”. Ora non me lo scordo più questo nome che attraversa la descrizione comica di un approccio sessuale che ancora mi chiedo se Enrico ne avrà goduto, fatto sta che è suggerito e che ora io associo Piggelin a quell’episodio esilarante, al punto che quando trovo scritto pomo io leggo porno. Un altro pregio della scrittura di Enrico, ma che all’inizio non ti è chiaro, è il suo scrivere en passant, così, come a volo radente sulle cose, le rende leggere tanto che non ti rendi conto che ti si imprimono nella memoria. E se lo dico io, che notoriamente ho la memoria di un pesce rosso, potete fidarvi.

Un elemento che serpeggia in tutte le pagine è la passione per il calcio, che ogni tanto emerge con più convinzione, quello di Enrico è un vero e proprio amore per uno sport che oggi credo abbia perso gran parte del suo fascino originario, ma che in un testo autobiografico (di fatto, sono dodici giorni ma sembrano un’intera vita) non può che farmi pensare alla mia passione adolescenziale e da giovane adulta per il vero calcio giocato, quello ancora vagamente sano, quello della triade Gullit Van Basten Rijkaard, per me milanista fin nel midollo come tutta la mia famiglia, genitori e fratello tifosi doc. Mia sorella no, lei è interista. A pensarci bene, forse è stata adottata. Sì, non c’è altra spiegazione.

E come accade proprio in adolescenza, questa è una storia di prime volte, un lungo racconto alla Woody Allen, quel nevrotico delle nevrosi che appartengono a noi tutti, a volte pensieri inquietanti, assurdi, che ci fanno temere di perdere la testa, ansiolitici in soccorso, paure, Pornhub e Mediterraneo, e l’importanza di avere una persona che cammina al tuo fianco, che desidera il tuo benessere e te lo dice, soprattutto, facendoti riflettere e invitandoti a prenderti cura di te stesso (che è poi il segreto per salvarci la vita).

Ma, alla fine, chi è Enrico Varrecchione? Ce lo dice direttamente lui: “Fisico tutt’altro che statuario, non sono uno di quei ragazzi per cui vale la pena girarsi per strada, muscolatura inesistente, voce adolescenziale, abbigliamento da residuato di un centro sociale […] Sono una persona media in tutto quello che faccio, ci sono veramente pochi campi in cui ho il predominio assoluto e mi concedo l’eccellenza. Ad esempio, nell’arte di procrastinare, non mi batte nessuno”. E come se non bastasse, ad un certo punto scopre anche di essere troppo peloso (almeno per gli standard svedesi), anche se fraintendendo questo commento, ne guadagna un corpo glabro e vagamente irritato dalla depilazione, ma per noi esilarante.

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Daria Ubaldeschi

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