San Valentino, festa commerciale o occasione per parlare d’amore?

Anche in quest’anno così tribolato si celebra San Valentino, la festa degli innamorati. 
La ricorrenza è antichissima e risale ai Lupercalia romani, festività stagionali pagane che celebravano i riti stagionali nel ciclo della morte e della rinascita con un sovvertimento di costumi e con atteggiamenti sfrenati simili a quelli del nostro Carnevale. 
Fu Papà Gelasio nel 496 a istituire la festività del Santo Valentino da Terni (figura molto poco definita, si parla addirittura di due o tre Valentino diversi) che si andò a sovrapporre ai precedenti culti pagani.
Anche Shakespeare fu ispirato da questa ricorrenza se nell’Amleto Ofelia, quando perde il senno (scena V dell’atto IV), canta ispirata: “Domani è san Valentino e, appena sul far del giorno, io che son fanciulla busserò alla tua finestra, voglio essere la tua Valentina”.
Finito l’excursus storico, veniamo ai giorni nostri e ai festeggiamenti che, dai paesi anglosassoni dove imperano i “valentine” cartoncini d’amore spesso a forma di cuore o realizzati con altri simboli dell’amore romantico come piccioncimi, l’alato Cupido con arco e frecce o similari, sono giunti fino a noi.
Proprio da questa tradizione, inizialmente innocente e quasi frutto di bricolage casalingo, si è sviluppata la ricorrenza commerciale che si è diffusa un po’ ovunque in tutto il mondo globalizzato.
Da diversi giorni le vetrine delle pasticcerie si sono riempite di confezioni di cioccolatini a forma di cuore, il rosso impera un po’ ovunque, gli agriturismi e i ristoranti offrono menù dedicati, persino i discount propongono fragole e panna per cenette cheek to cheek.
Si può essere infastiditi da tutto il battage pubblicitario che investe la festa degli innamorati, si può anche trovare repellente tutta la sdolcinatezza che viene proposta, si può giudicare negativamente l’ipocrisia legata a un solo giorno all’anno dedicato all’amore, si può banalmente pensare che si tratti di una cretinata a cui non prestare alcuna attenzione.
Certamente se non si apprezzano le iniziative commerciali, tutto quello che ho sopra elencato può dare molto fastidio, ma voglio proporre una reazione diversa, un punto di vista diverso. 
E se San Valentino fosse semplicemente un’occasione per parlare di Amore, quello con l’A maiuscola, quel sentimento forte e profondo che, se abbiamo la fortuna di sperimentare, diventa un elemento fondamentale della nostra vita e forse anche della nostra morte?
Se così fosse, sarebbe un bene e ci farebbe un gran bene.
Devo dire che queste riflessioni mi sono state suscitate da un film in programmazione su Sky, “Lei mi parla ancora”, un’opera con la regia di Pupi Avati, in cui il ruolo da protagonista, un ruolo tragico, è impersonato da Renato Pozzetto, un Pozzetto ottantenne alla sua prima prova drammatica.
Il film è tratto dal libro di Giuseppe Sgarbi, padre del più famoso (e discutibile) Vittorio, un testo che narra del lungo amore tra l’autore e la scomparsa moglie Rina, un amore lungo una vita, un amore così potente da andare oltre la morte.
Vi propongo un passo del libro dove è contenuto il nucleo del meraviglioso discorso che vi viene affrontato.
“Possedevi il dono delle lingue. A ciascuno la sua. Nessuna mi aveva mai parlato così. Né nessun’altra l’ha mai fatto. Credo sia questa la cosa che mi ha fatto innamorare. La tua bellezza era l’esca, certo, ma è stata la tua testa a pescare nel mio cuore. Mai conosciuto una testa così. Lucida, vivida, fulminante. E io non sono mai stato tanto felice di aver abboccato a un amo. Un amore che vive anche adesso che tu non vivi più. Per questo il dolore è così grande. ‘Finché morte non vi separi’ è una bugia. Il minimo sindacale. Un amore come il nostro arriva molto più in là. E il tuo lo sento anche da qui.”.
Sarà che comincio a essere anziana, sarà che con l’età sto diventando più sentimentale, ma questo modo di parlare di amore, questa immortalità provocata da una passione lunga una vita, mi ha profondamente commosso.
Finché si è giovani si è un po’ come il ‘giovane eroe” di Cesare Pavese che forte della sua esuberanza di vivere si sente immortale e come tale vive l’amore come qualcosa in divenire. 
Quando si invecchia, se si ha avuto la fortuna di incontrarlo un amore per cui è valsa la pena di impegnarsi per portarselo con sé nelle mille peripezie della vita, a questo amore ci si attacca come a una zattera che ci tiene a galla quando tutto diventa più difficile e faticoso. Ed è proprio quell’amore che ci proietta nell’immortalità, attraverso il legame di quel “noi”, quel sodalizio eterno, al di là del tempo, al di là dei tempi.
Quindi senza severità alcuna provo comprensione totale per tutte quelle coppie che, pur vivendolo ogni giorno l’amore per l’altro, vogliono festeggiarlo in modo speciale un giorno, che sia al ristorante, che sia aprendo una bottiglia pregiata, che sia scambiandosi un piccolo dono perché, anche se l’amore rende immortali, goderselo da vivi è la cosa migliore.

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Maria Angela Damilano

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