Non so se sono stata donna, non so se sono stata spirito. Son stata amore. L’appassionante figura di Sibilla Aleramo

Probabilmente molti non sanno che una delle più importanti scrittrici della nostra letteratura novecentesca, Marta Felicina Faccio, detta “Rina”, in arte Sibilla Aleramo, è nata ad Alessandria.
Si tratta di una curiosità, infatti la famiglia della scrittrice visse solo un anno nel nostro capoluogo di provincia dopo la nascita della piccola Rina e l’unico altro legame con la nostra zona fu il nome d’arte Aleramo, con il suo riferimento al Monferrato, che ella aggiunse a Sibilla suggeritole dal suo compagno Giovanni Cena.
Questo per ancorare la figura al nostro territorio, ma perché parlare di Sibilla Aleramo? Perché per ricercare figure di donne moderne e coraggiose spesso occorre voltarsi indietro.
A volte leggere una biografia, ripercorrere le tappe di una vita avventurosa e di talento può servire a farci capire quanta strada si è fatta e quanta ce ne sia ancora da fare.
Soprattutto può essere illuminante scoprire quanto una vita possa contenere, tra fatti terribili, passioni travolgenti, decisioni sofferte, compromessi forzati.
Il romanzo che ha reso famosa Sibilla Aleramo si intitola “Una donna”, un titolo semplice quanto emblematico, perché la donna del romanzo è lei, la Rina.
Infatti quel che ci interessa è proprio la donna dietro quello pseudonimo affascinante, quella Rina a cui ne capitarono di tutti i colori e che, per un senso estremo di libertà, ne combinò sicuramente di tutti i colori.
Partiamo dalla sua formazione culturale, oltre alle scuole elementari, lei nata nel 1876, non fece altri studi, ma venne istruita dal padre, professore di scienze e poi dirigente d’azienda.
Pur essendo sicuramente una ragazzina di grande talento, non potè compiere studi regolari perché a Civitanova Marche, dove la famiglia si era trasferita per il lavoro del padre, non esistevano scuole superiori femminili.
Quello che oggi sembra un diritto acquisito, allora non era alla portata nemmeno di una giovane di estrazione borghese.
Sveglia però doveva essere la giovane Rina se a quindici anni già lavorava nella contabilità della ditta amministrata dal padre, sveglia sì per il lavoro, ma non per tutto quello che stava per precipitarle addosso.
Nello stesso periodo la grave depressione della madre si aggravò al punto da richiederne l’internamento nel manicomio di Macerata e il peso della famiglia e dei fratelli ricadde sulle sue spalle di quindicenne.
Se questa sembra essere già una disgrazia enorme, dovete sapere che nello stesso anno venne violentata da un impiegato, Ulderico Pierangeli, della ditta presso cui lavorava. In conseguenza del fattaccio Rina fu costretta, ob torto collo, a sposare il suo violentatore iniziando una convivenza sconfortante, squallida e priva d’amore.
Malgrado il matrimonio sbagliato, venne alla luce un figlio, Walter, forse un figlio non desiderato, con cui la scrittrice ebbe un rapporto sfilacciato e negli anni a seguire molto freddo.
Infatti per amore Rina lasciò marito e figlio per seguire il primo di una lunga serie di legami sentimentali, quello per lo scrittore Giovanni Cena, un gesto allora scandalosissimo per la morale dell’epoca.
La sofferta decisone viene raccontata proprio nel suo romanzo di esordio, Una donna, un romanzo legato a un’ulteriore sofferenza, la revisione e i tagli prodotti dal suo compagno Giovanni Cena, che vennero vissuti dalla scrittrice come un altro tipo di violenza e di limitazione della propria libertà personale.
Libertà che cerco di conquistare non solo per se stessa, ma anche per le altre donne e per gli oppressi, in generale, sia attraverso i suoi scritti sulle riviste più rivoluzionarie del tempo, che attraverso l’adesione ad associazioni femminisfe e a progetti di forte impronta sociale.
Alla ricerca di se stessa, dopo la relazione con Cena, ebbe molte storie sentimentali, anche con donne, come l’intellettuale Lina Poletti, ma probabilmente furono degli interludi prima dell’uragano Campana, l’amore travolgente che ne marchiò a fuoco la vita. 
Durante la prima guerra mondiale conobbe il poeta Dino Campana, il quale non era al fronte ufficialmente a causa di una nefrite, ma in realtà probabilmente esonerato a causa dell’incipiente malattia mentale.
Il legame fu fortemente passionale, turbolento e segnato dalle crisi acute causate dai disturbi psichici di cui il poeta soffriva. I due arrivarono a percuotersi, mordersi, graffiarsi in un’estenuante lotta per tenere in vita un amore travolgente.
Alla fine Rina non ce la fece a reggere questa relazione per il peggiorare della malattia di Campana che non le perdonò di averlo portato da uno psichiatra.
Dopo alcune esperienze letterarie e sentimentali fallimentari la scrittrice si trovò ridotta sul lastrico e per sbarcare il lunario, lei di frequentazioni rivoluzionarie e socialiste, fu costretta al compromesso con il regime. 
Fu Mussolini stesso a farla accedere all’Accademia d’Italia che prevedeva un sostegno economico. In cambio l’Aleramo fu conciliante nei confronti cel Fascismo, ottenendo altre modeste fonti di reddito.
Non giudichiamo male questa parte della vita della Rina, prendiamola come una difesa della propria indipendenza, anche a costo di una giravolta ideologica che poi, probabilmente, fu più di facciata che di convinzione se, nel 1943 rifiutò di aderire e trasferirsi a Salò, anche se il Ministero della Cultura gliel’aveva ordinato.


Dal dopoguerra si iscrisse al PCI e collaborò attivamente al quotidiano L’Unità partecipando alla vita politica e sociale del paese.
Ebbe ancora numerose storie d’amore, quasi tutte con uomini molto più giovani di lei, sfidando apertamente, in un’epoca bigotta, lo stereotipo che condannava la relazione tra una donna anziana e un uomo di età inferiore.
Essa stessa si definì né donna, né spirito, ma “amore” e questo le fu possibile perché, oltre ad essere una donna colta, intelligente e talentuosa, la Rina fu pure bellissima, basta scorrere le foto a partire dalla giovinezza fino alla maturità per rendersi conto del fascino incredibile che possedeva.
L’amarono, tra gli altri, Vincenzo Cardarelli, Giovanni Papini, Clemente Rebora, Umberto Boccioni e Salvatore Quasimodo.
Concluse la sua vita nel 1960, dopo essere passata per drammi familiari, amori devastanti, due guerre, umiliazioni ideologiche sempre restando fedele a ciò che aveva scritto nel suo capolavoro, Una Donna:
… ero più che mai persuasa che spetta alla donna di rivendicar se stessa, ch’ella sola può rivelar l’essenza vera della propria psiche, composta, si, d’amore e di maternità e di pietà, ma anche di dignità umana.

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Maria Angela Damilano

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