Quando le cose parlano

Questa è una piccola storia di cose parlanti: suona stravagante o magico, in realtà è semplicissimo. Capita spesso che traccia di pensieri e azioni si legga in quanto rimane inanimato, ma solo se riusciamo a far combaciare i tasselli “l’incantesimo” si compie. 

Borges, riferendosi agli oggetti, alle “cose”, scrisse così “…senza sguardo, e stranamente segrete. Dureranno più in là del nostro oblio, non sapranno mai che ce ne siamo andati”. Ripenso spesso a questi versi davanti ai banchi dei mercatini, nei magazzini dei rigattieri, e, ora, in tempi di lockdown, perfino navigando in rete. Frammenti di tempi più o meno lontani si mescolano, tramutati in mercanzia e ormai lontani dalle storie a cui appartenevano. A volte, stringerli fra le mani, scoprirli, accaparrarseli , porta la sensazione di ricucire un poco il loro racconto: nella maggior parte dei casi, però, si tratta di una narrazione a metà fra verosimiglianza e fantasia, un nutrimento delle passioni di chi, come me, sogna da sempre una soffitta da romanzo, con bauli traboccanti di abiti appartenuti a chissà chi, lettere misteriose e magari un cavallo a dondolo. Ma, anche se la mia soffitta ancora non l’ho trovata, capitano circostanze in cui le cose parlano davvero, e le coincidenze sono tali da indurre a pensare che si rivolgano proprio a noi, che stessero solo aspettando qualcuno che comprende il loro linguaggio. Così è la storia di un sottile fascicolo, che stava fra libri d’epoca o meramente usati, posto in risalto per un fattore: una dedica, rivolta a Pellizza da Volpedo.

L’anno era il 1894, e tal Davide Degiovanni, autore di un librino in Arquata, un collage tra dati storici e note biografiche di un artista del luogo da poco scomparso, rivolgeva parole di amicizia a un giovane di cui conosceva l’amore per l’arte: Giuseppe Pellizza da Volpedo. L’auspicio fa quasi sorridere: augurare a Pellizza di seguire i passi di Santo Bertelli, con tutto il rispetto per il secondo, autore di ritratti e affreschi religiosi, di cui si trova notizia, gloria locale a parte, solo se si approfondisce la genovese “scuola dei grigi”, suona come suggerire alla stella polare di guardare un lume a petrolio. E Pellizza, nello stesso periodo, aveva già ultimato dipinti straordinari come “Sul fienile” e “Speranza deluse”, e iniziato il percorso di elaborazione di quel monumento non solo artistico che è l’immensa tela del Quarto Stato, oggi, non a caso, posta ad aprire il percorso del Museo del Novecento di Milano.

Il testo di Degiovanni, d’altra parte, testimonia più volontà di ricordare un valente concittadino pittore , appunto Bertelli, che competenza in materia d’arte. Ma cosa potevano avere in comune Davide, impiegato di Arquata, e Giuseppe, pittore di Volpedo? Nel 1894 viene inaugurata la sede della SOMS di Arquata, un momento solenne che celebra un risultato ottenuto unendo generose donazioni, in primis quella di Edilio Raggio, e lavoro gratuito di maestranze arquatesi.

Nel mondo del mutuo soccorso erano impegnati sia Pellizza sia Degiovanni. E i padri di entrambi erano stati presidenti delle SOMS dei rispettivi paesi. Collaborazione, confronto e scambi di visite con partecipazione a cerimonie ed eventi rappresentavano una costante nell’ambiente provinciale delle società di mutuo soccorso, poli di aggregazione e fucine di risposta sociale antesignane del sindacalismo e della tutela dei lavoratori.

Così, con grafia regolare e qualche svolazzo, Davide Degiovanni scrisse: “Al buon amico pittore Giuseppe Pelizza, offro questo modesto opuscolo per l’amore grande che esso nutre per l’arte, perché sull’orme del Bertelli possa diventare grande a gloria di Volpedo; offro come pegno di calda e perenne amicizia”.

La dedica di Degiovanni a Pelizza

Passarono gli anni.

Giuseppe rimane giovane per sempre: muore tragicamente prima di compiere 40 anni, ma dopo aver dato al mondo anche l’opera che anche chi mai entra in un museo conoscerà, quella raffigurazione corale di gente usa alla fatica, che cammina verso diritti da conquistare, le cui riproduzioni appariranno un po’ ovunque, dalle sedi dei patronati ai circoli, dai manifesti per il Primo Maggio fino ai libri di storia.

Nel 1923, Degiovanni tornerà a pubblicare pagine su Arquata, palesando la propria convinta adesione al fascismo, e bollando con termini molto duri, di severità e disprezzo, quella massa povera e desiderosa di riscatto, quegli “ambasciatori della fame” che nella tela di Pellizza hanno trovato rappresentazione e simbolo potente. Del resto, il Quarto Stato, o meglio, ciò che racconta, non poteva piacere al regime, negli anni ’30 finí in deposito.

Degiovanni avrà ripensato all’ amico di un tempo, ai momenti che li avevano avvicinati? Alla dedica che aveva stilato per lui? Chissà.

Quello che proprio non so è come il fascicolo autografato fosse finito tra i libri d’epoca di un mercante. Ma mi è sembrato che mi stesse parlando.

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Patrizia Ferrando

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