Partigiani, giovani fino alla fine

Ho conosciuto i partigiani. Ne ho conosciuti parecchi, compreso uno di Giustizia e Libertà che si chiamava Martino ed era mio padre. 
Lì ho ascoltati in casa, quando si ritrovavano, magari tornando dal solito pranzo annuale che si recavano a fare nell’Oltrepo pavese dove avevano operato.
Li ho ascoltati dopo, quando interessata alla storia della Resistenza, ho collaborato con l’Anpi di Novi Ligure e poi con quella di Tortona.
Lì ho ascoltati, ho raccolte le loro storie, mi sono appassionata alle loro vicende e lì ho guardati.

Una bella immagine di partigiani dall’archivio Barella custodito presso l’Istituto per la storia della resistenza della Provincia di Alessandria


Lì ho guardati nelle fotografie, ne posseggo un vero archivio, li ho guardati in viso mentre raccontavano, li ho guardati.
Ci sono foto che parlano e mostrano dei ragazzi, perché quello erano, sorridenti, persino ridanciani, scherzosi, in posa in modo ridicolo, quasi giocoso.
E i racconti erano come le foto, senza retorica, senza pompa magna, ricchi di particolari semplici, umani, anche tragici, ma mescolati alla vita e al suo essere lì, pulsante, anche in guerra, anche in una guerra civile, la peggiore delle guerre, dove il nemico è venuto magari a scuola con te o ha giocato a pallone con te.
Stanno scomparendo, fra poco resteranno testimonianze scritte, video, documentazioni varie, ma non sarà la stessa cosa, non ci sarà la stessa emozione di incontrare i loro occhi.
I partigiani li ho conosciuti ancora baldi e in forma, li ho visti declinare, fino alla fine, ma quello che è rimasto sempre vivo fino alla fine è stato proprio quello spirito, quella forza giovanile che emanano le fotografie, quello sguardo vivace e pieno di speranza.
Il mio cuore è rimasto su quelle montagne…”, me lo disse con gli occhi azzurri lucidi e nel contempo sorridenti, da ragazzo, un ragazzo scapigliato e forse anche un po’ ribelle, quello era stato e quello c’era ancora dentro di lui.
Non nascondevano la paura, le debolezze, quel piangere alla sera pensando alla mamma, ma esorcizzavano il tutto raccontando di avventure comiche, di errori, sbagli e di cibo, come parlavano di cibo i partigiani, era un piacere. Direte: avevano fame. Certo avevano fame, ma non solo di salame o di agnolotti, avevano fame di vita, di gioia, di libertà. E sapevano godere di quel poco in una situazione misera e rischiosa, perché erano giovani ed erano giovani lì, hic et nunc, non sapendo nemmeno se il giorno dopo sarebbero stati ancora vivi. 
Ne ho conosciuti tanti e, dietro ognuno di loro, ho visto quel ragazzo, quello timido, ma audace, quello sbruffone, ma timoroso, quello fantasioso che ogni volta la raccontava diversa, quello timoroso di annoiare e realista fino al midollo.
Così mi vengono in mente come in uno strano flash back i partigiani della Val Borbera che assaggiano un esplosivo confezionato in salametti di plastica avendolo scambiato per marmellata, o il partigiano giustiziato dai suoi compagni perché appropriatosi della seta di un paracadute che aveva regalato a una giovane per farsi una camicetta, o del mortaio ricevuto con un lancio degli Alleati a Romagnese che invece di colpire il comando tedesco a Zavattarello, colpì un casotto uccidendo un maiale, o ancora della tenera, dolce Fanny, di cui un po’ tutti erano innamorati e per finire uno scontro a fuoco a Pavia, mentre si marciava per liberare Milano, e quella pallottola che sfiora l’orecchio provocando la surreale frase tra i due amici: “Cosa fai? Spari?”.
Ho fatto per una vita l’insegnante e ragazzi così, come quelli delle foto, me li sono visti passare davanti, annata per annata, perché i giovani cambiano con i tempi, è vero, ma quello che non cambia è “l’essere giovani”, in tutte le epoche e in tutte le latitudini.
Quell’essere giovani che i partigiani hanno portato con sé fino alla fine.

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Maria Angela Damilano

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