Langhe: quando il troppo stroppia

Alle Langhe vanno riconosciuti immensi meriti, tra cui soprattutto la capacità di promuoversi e valorizzare il proprio territorio, diventando famose in tutto il mondo e attirando ogni anno centinaia di migliaia di turisti. Purtroppo, però, a volte il troppo stroppia e in questo caso è giusto chiedersi cosa costi all’ambiente – e quindi anche alle persone – tutto ciò.

L’impatto del fenomeno Langhe, infatti, non è assolutamente di poco conto, anzi. Parliamo di 13 milioni di bottiglie all’anno solo per il Barolo e, di conseguenza, è facile intuire che qui la produzione vinicola, e non solo, come anche quella delle nocciole, è fortemente impattante sull’ambiente. Innanzitutto è da considerare l’ampia superficie coltivata e, quindi, non disponibile a flora e fauna: niente più boschi o alberi in quelle parti, così come niente più risorse per gli animali selvatici, che inevitabilmente incontreranno difficoltà. La sempre maggiore richiesta ha portato le Langhe ad aumentare continuamente la propria produzione, a volte rinunciando persino alla qualità del prodotto, come afferma un noto vigneron, Roberto Voerzio (da Slow Food).

Simona Bonelli, professoressa del Dipartimento di Scienze della Vita e di Biologia dei Sistemi dell’Università di Torino, inoltre, ha proposto la creazione di biodistretti, soprattutto per specie che necessitano di ampi territori, come gli uccelli. Ma afferma anche che sarebbe necessario incentivare delle prassi agronomiche per il miglioramento ambientale, come la creazione di fasce erbose non trattate attorno ai vigneti, almeno di 5 metri.

Va posta molta attenzione anche sui metodi di coltivazione: i grandi numeri hanno portato molti a non lavorare più per una viticoltura genuina e sana, bensì soggetta a pesticidi e diserbanti, anche a causa di quel ceco desiderio di “perfezione visiva” a cui si devono assoggettare i vari vigneti, tanto amati e fotografati dai turisti. Purtroppo se ne parla poco, ma se l’acquisto del biologico per quanto riguarda frutta e verdura aumenta sempre di più, la preoccupazione per ciò che beviamo sembra ancora poco sentita: non è, ovviamente, assolutamente necessario produrre vino biologico per evitare quei prodotti chimici tanto nocivi sia per l’ambiente che per chi consuma il prodotto, ma tanti viticoltori sembrano non curarsi troppo di questo aspetto, preferendo la quantità e, quindi, il guadagno. 

Di tutto questo se n’è addirittura occupato un progetto finanziato dal Ministero dell’Ambiente e coordinato dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), i cui risultati fanno davvero riflettere. Il primo punto da sottolineare è che le aziende che non solo non hanno una produzione biologica, ma che adottano tutta una serie di prodotti chimici per la coltivazione, non preservano la biodiversità, creando, quindi, un importante danno all’ambiente. E questa parrebbe una situazione particolarmente diffusa nelle Langhe, anche e soprattutto a causa dell’utilizzo di fitosanitari, potenzialmente nocivi per la salute dell’uomo.

Sono stati posti sotto analisi i vari corsi d’acqua, prevalentemente tutti quei rii minori che attraversano le aree a elevata densità di vigneto. Le acque analizzate sono principalmente quelle che drenano le aree viticole dei Comuni di Neive, Barbaresco e Treiso. Sono stati rilevati diversi principi attivi, individuati, poi, nel Tanaro. Le analisi, infatti, hanno coinvolto anche quest’ultimo, oltre che il Belbo e il Borbore. Nel Tanaro sono stati rinvenuti fungicidi e in tutti i corsi spiroxamina. Inoltre sono stati individuati dei picchi di concentrazione e la compresenza di otto-nove principi attivi in tutti i rii di Neive e Barbaresco.

Insomma, pare evidente che la situazione non sia poi così sotto controllo e che i grandi numeri stiano inevitabilmente danneggiando un territorio tanto bello quanto sfruttato. Va precisato che, ovviamente, non tutti i viticoltori trattano le proprie vigne con i prodotti sopra citati, ma in tanti sì, andando a inquinare fortemente il territorio circostante, così come anche quelli percorsi dalle acque dei torrenti che trasportano tutte le sostanze drenate dai vari vigneti. I fitofarmaci stanno già avvelenando da molto tempo flora e fauna e, quindi, è molto probabile che i prossimi studi confermino lo stesso anche per l’uomo. Fin dove siamo disposti ad arrivare pur di guadagnare sempre di più? 

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Fiammetta Merlo

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