Sull’ex-Ilva un silenzio assordante e preoccupante

Da troppo tempo sul futuro della fabbrica più importante della nostra città, l’ex-Ilva, c’è un silenzio assordante e preoccupante. Forse, questo è il momento più delicato della lunga storia del gruppo ex Ilva. L’incertezza sul suo futuro non è mai stata così grande.
Da giorni si attende la decisione del Consiglio di Stato sulla questione dell’area a caldo dello stabilimento ex Ilva di Taranto. Il 13 febbraio 2021 il Tar di Lecce aveva imposto la chiusura dell’area a caldo dell’acciaieria e il Ministero della Transizione Ecologica e L’Arcelor Mittal avevano presentato ricorso. Tutto ciò pesa sul decollo operativo della nuova società “Acciaierie d’Italia” partecipata da Arcelor e Invitalia che rappresenterebbe lo Stato nella nuova società. Nell’ex Ilva di Genova, oggi i dipendenti sono 975 e nella nostra città siamo scesi da 700 a 650 addetti.
Da anni, ormai, il futuro della siderurgia italiana è molto incerto e la partita che si sta giocando non solo mette a rischio il futuro di migliaia di lavoratori ma rischia di minare la “sovranità industriale” del nostro Paese. Per l’Italia la siderurgia ha un valore decisivo per le nostre caratteristiche strutturali. Siamo un Paese piccolo e povero di materie prime, la siderurgia rappresenta ancora il settore primario del manifatturiero e perdere la produzione dell’acciaio significherebbe impoverire decisamente l’industria italiana. La situazione di Taranto rende sempre più incerto questo futuro. A Taranto si continua a morire a causa dell’inquinamento provocato dall’acciaieria. Se fu giusto costruire una nuova acciaieria al Sud, dopo Bagnoli, per via della presenza del porto e della possibilità di ricevere materie prime e spedire prodotti, è stato altrettanto devastante e irresponsabile decidere successivamente di costruire intorno allo stabilimento modificando i piani regolatori. 

La situazione non è certo migliorata con la privatizzazione dell’Ilva e l’arrivo della famiglia Riva. La storia dei Riva in Ilva dura 17 anni e nel 2012 la fabbrica viene messa sotto sequestro a seguito di un’inchiesta della Magistratura di Taranto. Le accuse gravissime per i vertici aziendali sono di disastro ambientale colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro e altre accuse altrettanto pesanti. La Magistratura ha molti meriti in questa vicenda che si trascinava da troppo tempo, per responsabilità aziendali politiche e anche sindacali. Ma in un Paese che non ha mai avuto una forte politica industriale, non si può certo abdicare questo ruolo alla Magistratura e non si può addossare ai lavoratori di Taranto la colpa se non si è riusciti a conciliare ambiente e sviluppo, come invece accade in altri Paesi. Non che le cose siano andate meglio anche con il Commissariamento dell’Ilva da parte del Governo. Le perdite dei 2200 giorni del dopo Riva sono arrivate a quasi 3,6 miliardi di euro. 

Ora, quando il Paese finalmente uscirà dall’emergenza della pandemia Covid, la questione Ilva di Taranto verrà al pettine e non sarà certo un nodo semplice da sciogliere. Noi novesi siamo inevitabilmente, come sappiamo da sempre, legati a doppio mandato all’esito della vicenda di Taranto. La crisi di quello stabilimento rischia di diventare irreversibile e con essa anche il nostro destino. D’ora in avanti non è più rinviabile trovare una soluzione radicale. 

Forse proprio l’epidemia Covid ha rafforzato la svolta in direzione ecologista dell’economia di tutta Europa, come del resto dimostrano i principi fissati per accedere ai fondi del Recovery Plan. La parola ormai insistente è quella della sostenibilità. E’ ancora possibile ritenere sostenibile un’acciaieria come quella di Taranto che si estende per 1500 ettari a ridosso di una città di 200 mila abitanti? Io credo di si, e si può pensare in eterno che lo Stato debba mantenere un’acciaieria continuamente in perdita con un debito pubblico che va verso il 160% del PIL? Credo di no. Se l’Italia non può fare a meno della produzione dell’acciaio, non si può pensare, nello stesso tempo, che il processo di bonifica possa andare avanti (copertura dei parchi minerari e riconversione dei processi produttivi) senza un forte rilancio della produzione.

Quando si produce acciaio, l’alternativa è tra il ciclo integrale e il forno ad arco elettrico. Senza l’uso di tecnologie adeguate, il primo ha un costo insostenibile in termini ambientali. Ci sono esperienze in Europa e anche in Italia che vanno in una direzione di produzione sostenibile. Oggi le acciaierie a carbone pagano 20 euro di tasse a tonnellata di CO2 emessa (tassa che incide circa il 5% sul prezzo di vendita). Nel 2030 l’imposizione fiscale sarà raddoppiata e dunque l’impianto a carbone non sarà più competitivo. Le aziende che hanno investito negli ultimi anni in ricerca e nuove tecnologie, oggi sono pronte a raccogliere la sfida della sostenibilità. Così non è stato fatto nel gruppo dell’ex Ilva. Dobbiamo sbrigarci perché la concorrenza e l’avanzata soprattutto dei cinesi è terrificante con costi inferiori ai nostri. Oggi delle prime 25 aziende produttrici di acciaio al mondo, 14 sono asiatiche. In Italia, dopo la chiusura di Piombino, si produce acciaio da ciclo integrale solo a Taranto. Le cokerie (carbone) alimentano altoforni che permettono di produrre acciaio. I vantaggi degli altoforni sono due: la qualità del prodotto e i bassi costi della materia prima. Questo sistema però, come abbiamo detto prima, è più inquinante per l’emissione di gas nocivi e per le polveri dei depositi di coke. L’incidenza di tumori e leucemie nel territorio di Taranto sono un esempio tragico dei rischi per l’ambiente e per la salute che può provocare un impianto di questo tipo. Si poteva evitare tutto ciò? Probabilmente si, ma così dicendo dobbiamo porci l’obiettivo in Italia di continuare a produrre acciaio in modo sostenibile. E’ indispensabile un piano industriale forte e un altrettanto forte investimento di ingenti capitali per la riconversione ambientale di questa azienda. L’alternativa significherebbe una montagna di sussidi per tutti. Una fase di de-industrializzazione del Paese, porterebbe ad una accelerazione del suo declino economico. Non possiamo e non dobbiamo rassegnarci ad un lento e inesorabile immobilismo e una conseguente decrescita economica. Mi auguro che ci sia una battaglia affinché si possa ancora realizzare un piano di sostenibilità, il più importante della storia italiana e forse dell’Europa, senza perdere posti di lavoro. Se questa è la posta in gioco non possiamo soltanto aspettare che altri facciano e decidano.

Il futuro economico di Novi passa sicuramente sul rilancio culturale e turistico del nostro territorio, ma inevitabilmente ed inderogabilmente anche sulla tenuta e sullo sviluppo industriale – logistico di quest’area così importante per il Nord e per il Paese. Per questo l’assenza totale di iniziativa della Regione Piemonte e l’atteggiamento dell’Amministrazione Comunale di Novi che oscilla tra l’attendismo e la rinuncia non vanno bene. Se Taranto smette di produrre, anche l’ex Ilva di Novi rischia di chiudere al di là delle possibili attenzioni da parte di altri gruppi industriali. Intanto, ormai da molti anni, nello stabilimento di Novi si continua a non investire. Da anni i lavoratori e le forze sindacali denunciano il fatto che si continua a non investire, colpevolmente, sulla manutenzione mettendo a repentaglio la produzione e la sicurezza dei lavoratori. E se soffrono i lavoratori dell’Ilva soffrono anche le imprese dell’indotto e i suoi lavoratori. C’è bisogno di una forte iniziativa politica affinché l’industria più importante della nostra città possa continuare a lavorare acciaio e produrre ricchezza.

Immaginate cosa sarebbe Novi senza l’Ilva.

Segui il moscone su Telegram per ricevere una notifica ogni volta che viene pubblicato un nuovo articolo https://t.me/ilmoscone oppure per "dire la tua" scrivici su WhatsApp al numero +39 320 713 7299 (no telefonate)

Condividi questo articolo

Rocchino Muliere

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto

Contact Us