“L’avrai camerata Almirante la via che pretendi da noi italiani”

«Perché ricordare Giorgio Almirante? Perché è giusto. Ha rappresentato milioni di italiani, è stato un leader carismatico, onesto, con un grande senso delle istituzioni. Un patriota che ha amato l’Italia». Parole di Emanuele Locci, presidente del consiglio comunale di Alessandria. 

La proposta di Locci sta ovviamente facendo discutere. E c’è anche chi, dotato di buona memoria, tira fuori dagli archivi il processo che Almirante intentò, senza successo, nel 1971, contro le testate giornalistiche “L’Unità” e “Il manifesto”, colpevoli di aver tirato fuori una documentazione che dimostrava che la partecipazione di Almirante al fascismo fu criminale. 

I due giornali, il 27 giugno del 1971, pubblicarono il “manifesto della morte”. Si tratta di un comunicato che fu affisso nella primavera del 1944 sui muri delle case in molti paesi dell’alta Toscana che erano sotto l’occupazione nazista, rivolto ai soldati italiani sbandati, a quelli che dopo l’8 settembre si erano uniti alla Resistenza e ai partigiani stessi che erano sui monti. “Consegnatevi entro le ore 24 de 25 maggio o sarete fucilati alla schiena”. Il manifesto era firmato “per il Ministro Mezzasoma capo di gabinetto Giorgio Almirante”. Quel manifesto, ritrovato all’inizio degli anni Settanta negli archivi del Comune di Massa Marittima, pubblicato sull’Unità e sul Manifesto, fu oggetto di un lungo e travagliato processo intentato dal leader del Movimento sociale contro i due giornali e finito con la loro completa assoluzione.

Il manifesto firmato da Giorgio Almirante

Al processo intentato da Almirante è stato dedicato anche un libro “L’avrai camerata Almirante la via che pretendi da noi italiani” (Edizioni 4Punte), scritto da Carlo Ricchini, per tanti anni capo redattore centrale dell’Unità e imputato in quel processo insieme a Luciana Castellina in quanto direttori responsabili dei rispettivi quotidiani. Il titolo del volume riecheggia l’inizio dell’epigrafe dettata da Piero Calamandrei per la lapide in ricordo del partigiano Duccio Galimberti ucciso dai fascisti nel ’44 (“L’avrai, camerata Kesselring, il monumento che pretendi da noi italiani…”). Nel libro Ricchini raccontata, con tutti i particolari, la storia di un duello giudiziario che aveva in gioco la verità sulle stragi e sulle esecuzioni fasciste.

Al termine del processo Almirante venne condannato a pagare i danni, ma L’Unità rifiutò i suoi soldi. 

Venendo ai nostri giorni, sono state molte le città italiane dove negli ultimi anni è spuntata nella toponomastica cittadina una via dedicata ad Almirante, in comuni amministrati dalal destra. La proposta di Locci è stata avanzata su facebook e sono fioccati i commenti. Molti favorevoli: “Se esiste Piazza Berlinguer sarebbe inspiegabile rifiutare il nome di una via ad Almirante”. 
Moltissimi anche i contrari, che ricordano che la provincia di Alessandria è medaglia d’oro per la resistenza, quella resistenza combattuta da Almirante: “State commemorando un criminale fascista, capo redattore de “La difesa della Razza”, responsabile di rastrellamenti e deportazione degli ebrei italiani e della fucilazione di minatori e partigiani in Toscana”. 

«Si devono distinguere esperienze giovanili contestualizzate in una vicenda storica da una vita al servizio del Paese», replica Locci. 

Il razzismo di Almirante fu quindi per Locci solo una esperienza giovanile. Così come lo erano le “fucilate alla schiena” che voleva tirare ai partigiani. Tipo l’acne. 
Poco importa se, a contestualizzare la vicenda storica, come chiede Locci, si vede che l’Almirante de “la difesa della razza” non era un ragazzino, ma un trentenne. 
A quanto pare, la destra ha bisogno di piantare, nelle città dove amministra, dei paletti identitari, che restino a testimonianza del suo passaggio nelle stanze del potere. 
A Novi, qualche tempo fa, Giacomo Perocchio della Lega ha presentato una mozione in merito alla legge 178/1951 per permettere la revoca dell’onorificenza al merito della Repubblica a Josip Broz Tito. Mozione che è stata approvata all’unanimità, senza che nessuno dall’opposizione chiedesse di inserire nella mozione anche la rimozione dell’identica onorificenza a Benito Mussolini. 
Una destra in cerca di una identità, che non trova di meglio che esaltare i suoi fantasmi del passato. 

Oggi è la Festa della Repubblica. Un modo di celebrarla è anche dire che non ci sono percorsi di riabilitazione storica per chi ha nostalgia di quel regime sulle cui ceneri essa è nata.

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andrea vignoli

Giornalista, scrittore, insegnante.

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