Le mie risposte alle domande di Delfino sul Cit

L’assessore al bilancio Maurizio Delfino, prestato alla politica novese per gestire una amministrazione che presentava qualche carenza di confidenza con i bilanci, si è trovato da subito a gestire le problematiche del Cit, tutt’altro che di facile soluzione.
Il nodo difficile da sciogliere è sicuramente la penuria di liquidità che ha creato le condizioni di fallimento della società consortile, ed infatti è attivo presso il tribunale il nodo fallimentare.
Come succede in questi casi, le responsabilità si ballottano da una amministrazione all’altra, avviene sopratutto nelle gestioni pubblichi nelle quali abbondano sempre gli incompetenti ma latita l’assunzione di responsabilità.
Il neo assessore, calato dalla dirigenza leghista come super esperto, ha proposto ed imposto una serie di provvedimenti che non hanno trovato completa accondiscendenza sia nei dirigenti comunali sia nei consiglieri ma sopratutto nella stessa maggioranza, per cui abbiamo assistito ad una specie di ping pong nelle operazioni di voto.
Infine l’assessore ha messo per iscritto tutta una serie di incongruenze, sotto forma di domande alle quali si presume si aspetti delle risposte , con 14 cartelle dattiloscritte. Chi dovrebbe dare queste risposte? Dà un sensazione piuttosto generica, l’impressione di mirare ad un esiso incerto senza una programmazione definita di cause ed effetti.
Se l’assessore vuole delle risposte, può andare direttamente al nocciolo della questione , alla fonte, non dove far altro che convocare o richiedere una relazione circostanziale ai due personaggi maggiormente coinvolti , tutt’ora nell’orbita della ditta: chi come direttore amministrativo e chi come ex assessore al bilancio e successivamente anche presidente del Cit.
Avrebbe avuto di prima mano le risposte alle innumerevoli domande sulle quale getta un’ombra di dubbia gestione del perché e del per come, sia sulla scarsa disponibilità di liquidità, sia delle motivazioni tecniche giuridiche per aver costruito sulla piazza della stazione di proprietà delle ferrovie e sopratutto le motivazioni amministrative di averlo fatto gestire economicamente dal Cit e compensazioni relative.

La costruzione del Movicentro avvenne sulla base di una convenzione con le ferrovie e basato sul diritto di superficie per un lunghissimo numero di anni, in relazione allo sviluppo del piano ferro – gomma; mentre per la realizzazione economica dell’opera fu una scelta tecnica amministrativa dell’amministrazione della giunta di allora.
La realizzazione del deposito del Cit nella zona Cipian, che ho vissuta da vicino essendo al tempo vicepresidente della società, prese corpo da una considerazione di pratica economica quanto di buon senso: uno dei proponenti , il defunto Teodoro Silvestri, esponente di prim’ordine della politica novese, rilevava che era un contro senso pagare un canone di affitto annuale, per un capannone industriale, per un importo all’incirca 40-45 milioni di lire (sempre in zona Cipian) per il ricovero degli autobus. Un capannone comunque insufficiente ed inadatto alle esigenze operative dell’impresa e non sufficientemente capiente. Si giunse alla determinazione che era conveniente costruire un manufatto moderno ed adeguato, su un’area comunale che rispondeva alle esigenze operative e manutentive, mettendo a capitale il costo del canone per onorare la rata del mutuo.
Si discusse nel consiglio di amministrazione anche dell’impianto di produzione di energia elettrica, tramite pannelli fotovoltaici; la questione venne accantonata in quanto all’epoca la relativa tecnologia non dava ancora sufficienti garanzie di efficienza. Il costo piuttosto elevato avrebbe aggravava l’esposizione debitoria. L’amministrazione, sotto la direzione di Romano Cabella, era molto accorta ed improntata su una accorata prudenza per una parsimoniosa ed oculatezza amministrazione e non dette seguito al progetto.

È innegabile che con quell’amministrazione il Cit raggiunse il massimo sviluppo in tutti i settori in cui operava. Quelle che seguirono persero di vista l’andamento programmatico ed operativo della propria politica e non si adeguarono con efficienza alle condizioni in ossequio alle disposizioni delle riforme del governo Monti ed a quelle della Ministra Madia. 
Certamente si sono inanellati tutta una serie di atti che allo stato attuale possono apparire contraddittori e controproducenti se non penalizzanti ma, arrivare alla soluzione attuale di svendere, non appare la soluzione adeguata e idonea.
L’obbiettivo dovrebbe essere la salvezza operativa a maggioranza pubblica della società dei trasporti, la salvaguardia dei posti di lavoro. Occorre dimensionare ed organizzare l’impresa, assicurarle una condizione di sostenibilità economica operativa, adeguandola alla necessità urbane della città. Solo così se ne può garantirne la sopravvivenza e con essi i posti di lavoro.



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Francesco Giannattasio

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