Petizioni on line: serve a qualcosa firmarle?

Vi sarà capitato parecchie volte di ricevere da qualche vostro contatto l’invito a firmare una petizione on-line, tramite un link su facebook o un messaggio personale su whatsapp. Ma serve a qualcosa firmare queste petizioni? Ma soprattutto, a chi stiamo dando i nostri dati? 
Questa è la domanda che dovremmo farci sempre quando ci viene chiesto di compilare qualche form. 
Cerchiamo di analizzare la questione. Innanzitutto, cosa si intende per petizione? Si tratta di un diritto sancito dall’articolo 50 della costituzione italiana, che recita: “Tutti i cittadini possono rivolgere petizioni alle Camere per chiedere provvedimenti legislativi o esporre comuni necessità”. 
Una petizione è una richiesta ad un’autorità – generalmente governativa – o a un ente pubblico, firmata da più persone. Potete mandare petizioni al Presidente della Repubblica, al Presidente del consiglio, alle camere, al Presidente della Regione o della Provincia, al Sindaco, al Prefetto. 
Quindi, la prossima volta che firmate una petizione, controllate l’intestazione: se non c’è scritto chiaramente a chi è indirizzata, non è una petizione, ma un generico appello senza valore. 

Un tempo le petizioni erano fatte su carta “reale”. Un comitato promotore che stendeva un appello, ad esempio al sindaco, e si attivava per coinvolgere i cittadini. Un banchetto nella via del centro, e si raccoglievano le firme. Raggiunto un certo numero di firme, il comitato promotore le portava al Sindaco (o all’autorità a cui era indirizzata la petizione) che ne prendeva atto, e decideva se muoversi in qualche modo oppure no. Le petizioni non sono vincolanti per chi le riceve, ovviamente. Ma trovarsi sul tavolo le firme di 100, 1000, diecimila cittadini ha un certo peso. 
Ora le petizioni sono on line e sono molto più comode per gli organizzatori e per i firmatari. Basta andare su un sito di petizioni on line (Pol), mettere il testo dell’appello, e condividere. Nessuno esce di casa e tutto è a portata di click. 

Il “big boss” nel settore delle petizioni on line è change.org, una azienda californiana fondata nel 2007 da Ben Rattray e Rajiv Gupta. Oggi è ramificata in 160 paesi al mondo e fa capo a una complessa rete di associazioni “caritatevoli” che incassano milioni di dollari. Per Change.org quello delle petizioni on line è un bussiness, in quanto non si tratta di una azienda no-profit, anzi, è il contrario. Ben Rattray è il Ceo di change.org e nel 2012 ha guadagnato 15milioni di dollari. Non ho trovato dati più recenti sulla sua fortuna.

Ma in che modo guadagnano le aziende che si occupano di petizioni on line? Innanzitutto, ogni volta che firmate una petizione on line, vi viene proposto di dare un contributo economico per sostenerla. I soldi che versate non vanno agli organizzatori, ma restano nelle casse del sito. Inoltre, ogni volta che firmate una petizione, date i vostri dati all’azienda. Il business è quello della profilazione: sanno chi siete e a quali cause siete sensibili. Ad esempio, se avete firmato una petizione per la salvaguardia degli animali selvatici, il sito vi proporrà poi di firmarne una contro la vivisezione, “usando” i soldi che sono stati versati a favore di questa petizione. Insomma, resta tutto in casa e i profitti volano. 

Nel 2016 in Italia il garante della privacy ha avviato un’istruttoria sul sito change.org al fine di valutare come vengono trattati i dati delle persone che si iscrivono al sito.  Il bussiness dei siti di petizioni on line, secondo alcuni, è quello di vendere a terzi le email di chi firma gli appelli. Un’inchiesta dell’espresso su quella che è chiamata “L’amazon delle petizioni on line” (https://espresso.repubblica.it/attualita/2016/07/15/news/da-un-euro-e-cinquanta-a-85-centesimi-come-change-org-vende-le-nostre-email-1.277479/) ha scoperto che è possibile acquistare gli indirizzi mail profilati ad un prezzo che va da 85 centesimi fino a 1,5 euro. Ma Change.org ha negato di vendere le mail dei firmatari. 

Torniamo alla domanda del titolo: serve a qualcosa firmare una petizione on line? Ci spiace deludere chi, in buona fede, pensava di aver dato un contributo significativo ad una causa con un click online. Ma in realtà le petizioni di questo tipo servono davvero a poco o nulla. Un merito lo hanno, però: far vedere che una parte più o meno grande della popolazione ha condiviso un tema che ritiene importante. Dopo l’assalto fascista alla Camera del lavoro di Roma, 85mila persone hanno firmato la petizione su change per chiudere Casa Puond e porcherie simili: un buon risultato. Ma non fatevi sorprendere dai numeri: la petizione che chiedeva che il miliardario Jeff Bezos non rientrasse dallo spazio aveva superato le 200mila firme, e per fortuna (sopratutto sua) Bezos e ritornato tranquillamente. 

Sicuramente, firmare una petizione on line rischia di mettere a disposizione di altri i nostri dati. Del resto, queste organizzazioni lavorano per creare profitto, mica per far del bene al mondo. O no?

Attenzione: quanto sopra detto non vale per le firme on line dei referendum e delle proposte di legge popolare. L’Italia è il primo Stato al mondo in cui è possibile sottoscriverli online:  l’importante novità risulta introdotta da un emendamento al decreto Semplificazioni, approvato dalle commissioni Affari costituzionali e Ambiente della Camera. Per questo tipo di firme on line è necessario lo Spid e hanno lo stesso valore di quelle depositate presso i pubblici uffici.



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andrea vignoli

Giornalista, scrittore, insegnante.

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