Ucraina, cronaca di una guerra annunciata

L’articolo che segue è stato scritto più di tre anni fa e pubblicato, nel gennaio 2019, da Panorama di Novi. L’autore, pur non essendo specialista di Russia, aveva da poco fatto ricerche sulle relazioni tra la Cina e i paesi che avevano fatto parte dell’URSS. E di questo era stato relatore ad un convegno di studi organizzato dal Comando NATO del Nord Italia nel marzo 2016, per poi contribuire con un saggio su La Cina e il progetto eurasiatico di Putin, apparso nel 2017 su « Affari Esteri». In precedenza aveva pubblicato anche Il valore strategico della cooperazione tra Cina e Russia in Asia centrale. L’articolo su Panorama di Novi, naturalmente, aveva un carattere giornalistico e informato addirittura a un approccio paradossale. Erano altri anni, quando a Roma spadroneggiavano ministri sovranisti, a Washington c’era Trump, le elezioni europee rappresentavano un’incognita. A Mosca, però, c’era come adesso un certo Putin, sì proprio quello in intimo rapporto d’affari con il noto leghista Salvini. E proprio quello che oggi si appresta a invadere l’Ucraina.
A Novi, intanto, la giunta leghista riceve l’obolo di centomila euro dispensato da una delle tante fondazioni sussidiate dai servizi segreti russi per onorare la memoria di un generale zarista …

Gli storici di domani – ben addentro al XXI secolo – si chiederanno quando effettivamente è iniziata la Terza Guerra Mondiale. I lettori di oggi sono simpaticamente esentati da simili esercizi, anche se in qualche misura non possono non essere interessati alla questione, se non altro come testimoni del tempo oppure, Dio non voglia, come possibili protagonisti. Anche se espresso in forma iperbolica quello che viene qui introdotto è pur sempre un conflitto ipotizzabile poiché oggi, rispetto anche solo a dieci anni fa, sono semplicemente aumentate le probabilità di una guerra. Certo, relativamente pochi, al mondo, riescono adesso a prevedere dove, quando e tra quali avversari il conflitto avrà luogo, anche perché la prossima guerra non sarà paragonabile a nessuna tra quelle combattute nel corso del ‘900. Peraltro, dopo il 1945 ci sono stati molti conflitti – fuori dall’Europa, poiché nel Vecchio continente il processo di integrazione ha garantito per oltre settant’anni la pace – ma nessuno di essi è diventato una “guerra globale”.
Oggi vi sono, nuovamente, le condizioni per uno scontro generalizzato che potrebbe interessare il suolo europeo. Nel merito, il primo aspetto che occorre considerare è il mutato assetto geopolitico indotto dalla fine della Guerra Fredda, quando la scomparsa dell’URSS e il declassamento della Russia non hanno semplicemente sancito la supremazia economica e politica degli Stati Uniti – o la pace universale, addirittura, come qualche illuso ha pur profetizzato – ma nel lungo periodo hanno favorito piuttosto il riemergere, a Washington, di tendenze isolazioniste. Si tratta di una tentazione che, se perseguita, potrebbe generare veri vuoti di potere, favorendo una conflittualità locale sempre meno controllabile e potenzialmente destabilizzante. Il disimpegno americano, in particolare, avrebbe un grande rilievo per noi europei, poiché metterebbe fine a una storica alleanza atlantica e alla stessa Nato, con esiti catastrofici. Con l’aria che tira, dunque, Mosca sembra avvantaggiarsi delle inconcludenze altrui, assicurandosi una crescente influenza internazionale destinata a interferire nel destino dell’Europa. Deve essere chiaro: la Russia non è l’Urss, non è una superpotenza. Ed è da questa semplice constatazione che iniziano i guai. Negli anni Novanta del secolo scorso Mosca ha perso sovranità su aree di grande rilevanza strategica, dal Baltico al Mar Nero e alle repubbliche centro asiatiche, e ha dovuto ingoiare il boccone amaro dell’autonomia ucraina. In quello stesso periodo, inoltre, la Russia ha intrapreso un processo di de-industrializzazione che ha accresciuto povertà ed emarginazione sociale, frenando la formazione di un ceto medio produttivo e nel contempo favorendo quell’élite di “oligarchi” che si sono divorati le ex imprese di stato dominando il settore energetico. La Russia è, per certi aspetti, un “failed state”, uno stato fallito. Ma uno stato fallito che eredita dall’URSS una superficie continentale, apparati relativamente moderni – che Putin ha accentrato con un uso autocratico del potere – e un armamento ragguardevole. Sono i tipici ingredienti di un paese che, come la Germania degli anni Trenta, deve mostrarsi aggressivo per sopravvivere.
Negli ultimi venticinque anni la Russia è intervenuta in dieci conflitti: nel cosiddetto “estero vicino”, innanzitutto, dalla Georgia alla Cecenia, all’Abkhazia, all’Ossezia, al Tajikistan, ma più recentemente anche in Ucraina – con l’occupazione della Crimea e con l’appoggio alla sedizione nel Donbass – e infine in Siria. Un processo inquietante che non può non essere considerato una minaccia per la NATO e per l’Occidente, come si evince dall’assenza di frizioni con la Cina (sulla base dell’accortezza, in guerra, di non aver nemici nel contempo a Est e a Ovest), e anche più precisamente dalla dislocazione nell’enclave di Kaliningrad di batterie di missili Iskander, in grado di raggiungere le regioni del Baltico e dell’Europa centrale. Vi è poi una immagine che illustra perfettamente questa attitudine russa: ragazzi e adolescenti addestrati all’uso delle armi da guerra, come nei peggiori regimi del Novecento. Questi aspetti potrebbero non essere determinanti nel breve e medio periodo se non fossero accompagnati da alcuni altri fattori. In primo luogo l’elaborazione di dottrine nazionaliste – o sovraniste – socialmente conservatrici e politicamente illiberali che svolgono, come in passato, la funzione dell’ideologia che giustifica l’aggressione in politica estera. Ancora una volta si tratta di un fenomeno attestato a Est e che, a partire da una Conferenza sul futuro del “mondo bianco” tenutasi a Mosca nel giugno 2006, ha assunto anche connotati esplicitamente razzisti teorizzando la supremazia dei “bianchi” in uno spazio “euroasiatico” che va da Brest, sulla costa atlantica francese, a Vladivostok. Uno spazio, va da sé, all’insegna del primato russo, come teorizzano esponenti di estrema destra – Aleksandr Dugin e Pavel Tulaev su tutti – ben introdotti nei circoli governativi moscoviti. Queste ideologie sono declinate variamente nei diversi paesi europei, oltre che negli Stati Uniti di Trump, ma hanno sviluppato tratti comuni: ostilità alla democrazia rappresentativa e all’economia di mercato, demagogia in ambito sociale, ricerca di un “nemico” su cui far ricadere le colpe, opposizione alle società aperte e culturalmente tolleranti.
In Italia è il menù proposto dalla cucina dell’attuale governo, i cui esponenti sarebbero stati tecnicamente definiti in passato una “quinta colonna”. Un secondo fattore che occorre considerare è l’applicazione spregiudicata di una strategia che, negli ultimi anni, si è espressa in continue interferenze nella vita politica e negli equilibri interni di molti paesi occidentali, spesso cogliendo risultati di grande rilievo, influendo mediante l’intrusione nei social media sugli stessi esiti elettorali. Nel 2016 in Gran Bretagna con la Brexit, poi nel referendum costituzionale italiano e nelle elezioni presidenziali americane; l’anno successivo con azioni che non hanno avuto successo in Olanda, Francia e Germania. Nel 2018 pratiche di manipolazione informatica ascrivibili ai servizi russi sono state riscontrate in occasione delle elezioni in Italia e Svezia. Il sostegno di Mosca, soprattutto, non viene mai a mancare quando occorre aiutare formazioni euroscettiche, di destra (Nigel Farage in Gran Bretagna, Le Pen in Francia, Lega e M5S in Italia) o di sinistra (Melanchon, ancora in Francia).
Per contro, non c’è necessariamente sintonia con i regimi semiautoritari dell’Europa centrale: la Polonia di Kaczynski, per una storica ostilità nei confronti di Mosca, è un pilastro della Nato; l’Ungheria di Orban, pur utilizzando lo stesso linguaggio di Salvini e Le Pen, sta comodamente all’interno dell’Unione europea da cui succhia una parte ragguardevole del proprio Pil. In questi paesi, e anche in Slovacchia e nella Repubblica Ceka, la Russia appoggia gruppi informali suscettibili di trasformarsi in unità paramilitari, sull’esempio di quanto è accaduto in Ucraina orientale dopo il 2014. Una tattica non estranea all’Europa occidentale: chi erano, in Italia, i “forconi” e che fine hanno fatto? E i gilet gialli di oggi da dove vengono? Sembra che basti un click per attivare e disattivare una protesta: mica male per movimenti “spontanei”.
Ciò che colpisce, nell’applicazione di questa strategia, è la celerità con cui si è dato avvio a misure di provocazione, minaccia, infiltrazione. Il tempo corre e il redde rationem giungerà con le elezioni europee di maggio, quando si saprà se l’Europa ha superato la soglia della sua disgregazione. O della sua lotta per la sopravvivenza. Ma in questo caso si tratterà di guerra. Guerra. Ma quale conflitto si dovrà combattere nel XXI secolo? È in corso ormai da due decenni una vera rivoluzione militare che ha spazzato via le idee convenzionali sulla guerra formulate nel XIX e XX secolo. Si parla oggi di “guerra asimmetrica” in cui si farà ricorso a tecnologie avanzate – come armi di precisione a distanza, droni, controllo informatico – e a iniziative politico-militari convenzionali o addirittura arcaiche, basate su eserciti religiosi o etnici, gruppi terroristici, bande irregolari. Anche la stessa definizione di “fronte” perderà consistenza: i belligeranti potranno ricorrere a basi decentrate all’interno del territorio nemico, da cui potranno pianificare attacchi “non materiali” colpendo le reti informatiche e i centri nevralgici degli apparati avversari per annichilirne la resistenza. Guerre che potranno non essere dichiarate né concluse con una pace. Per gli storici del futuro non ci sarà l’abbattimento di una sbarra alla frontiera né una pistola fumante da considerare come l’atto iniziale del conflitto. Nessuna “dichiarazione di guerra è stata consegnata agli ambasciatori di Francia …” Tutto il resto non ci sarà risparmiato. 



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Francesco Montessoro

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