Sanità, parliamo di vera prevenzione

La Regione Piemonte, con un investimento di 430 milioni di euro tra Pnrr e altri finanziamenti ha messo sul tavolo la pianificazione di 91 case di comunità 29 ospedali di comunità e di 43 Centrali Operative Territoriali: di questo si è discusso nell’ultimo Consiglio Comunale, non tanto di contenuti, quanto dell’ubicazione dell’Ospedale di Comunità. La Centrale Operativa Territoriale interviene “nella integrazione tra l’ospedale e territorio e permette la continuità assistenziale” . Se ne parla dal 2006 ma poco si è fatto. Si tratta di creare un sistema di presa in carico e cura del paziente dove l’ospedale e il territorio siano correlati, non in continuità, con 4 obiettivi: ridurre gli accessi ai dipartimenti di emergenza e accettazione, ridurre i ricoveri inappropriati, ridurre la lunghezza dei ricoveri, controllare le riacutizzazioni a basso livello di intensità delle malattie croniche.

Proviamo a semplificare il modello organizzativo proposto:

  • 20 posti letto in media, per un bacino di 50.000 a 100.00 abitanti se non vado errato per il distretto Novi-Tortona unificato conta circa 170.000 abitanti)
  • 10 infermieri professionali 
  • 2 unità di personale di supporto 
  • operatori sociosanitari
  • 1 medico per 4/6 ore 7 giorni su 7 
  1. La gestione e l’attività dell’Ospedale di Comunità sono basate su un approccio multidisciplinare, multi-professionale ed interspecialistico(vale a dire un piccolo Ospedale unito ad un Ospedale più grande, nel caso di Novi?).
  2. La responsabilità igienico sanitaria dell’Ospedale di Comunità è in capo ad un medico clinico. La responsabilità clinica dei pazienti è attribuita a medici dipendenti o convenzionati con il SSN: MMG/PLS ( Medici di Medicina Generale e Pediatri di Libera Scelta – i pediatri sono una delle specialità più in crisi in questo momento-)e a strutture private.
  3. La responsabilità organizzativo/assistenziale della struttura è in capo all’infermiere secondo le proprie competenze. L’assistenza infermieristica è garantita nelle 24 ore con il supporto degli Operatori Socio-Sanitari, (?) in coerenza con gli obiettivi del Piano Assistenziale Individualizzato (PAI) e in stretta sinergia con il responsabile clinico e gli altri professionisti coinvolti ( assistenti sociali, fisioterapisti, specialisti , uno stuolo…).

Di fatto 3 livelli di responsabilità ?

Nel frattempo sul territorio operano l’ADI ( Assistenza Domiciliare Integrata)le Cure Palliative e del Dolore (insufficienti secondo i dettami della legge 15 marzo 2010 N° 38 che le regola), le strutture residenziali e riabilitative ( quasi tutte in mano ai privati), di continuità assistenziale e gli Hospice strutture che spesso condividono determinati obiettivi.

A me pare una lista della spesa forse ineccepibile dal punto di vista teorico fatta a tavolino, che coinvolge un numero importante di professionalità, oltre tutto con contratti di lavoro diversi, convenzionati/dipendenti ( bisognerà pur parlarne prima o poi di questo ), con una possibile commistione, prevista dal decreto, tra pubblico e privato che da sempre hanno due obiettivi diversi, l’uno di garantire l’attuazione dell’Art. 32 della Carta, l’altro di creare profitto, lecitamente, alla faccia della complementarietà tanto cara alla sinistra nostrana. Mi sembra un modello organizzativo rigido privo di presupposti epidemiologici e demografici e in più in ballo c’è un bel malloppo. Bisognerà reclutare molte professionalità mentre la crisi del personale medico e infermieristico è sotto i nostri occhi. Crisi che imporrebbe una seria revisione delle politiche universitarie, politiche che hanno creato il cul –de- sac dove ci troviamo oggi e che può dare frutti solo a medio/lungo termine.

Non si parla di epidemiologia, del controllo degli stili di vita, fonti delle patologie e cause di morte predominati (cardiovascolari, tumorali-fumo! Inquinamento!!)- dismetaboliche – cattiva alimentazione-, ecc..), la vera prevenzione insomma. Le malattie sono state nel tempo di origine divina, poi un castigo divino, poi solo fatalità; ora è sempre più chiaro che ciascuno è responsabile in gran parte della propria salute, come la politica è responsabile delle politiche antiinquinamento dell’aria, dell’acqua e dei cibi. Di questo si deve parlare. Quello che resta indubitabile è che il sistema organizzativo debba cambiare, che l’idea degli Ospedali di Comunità può essere una buona idea ma anche uno spreco enorme e imperdonabile di risorse (a proposito e il MES ?). Le liste di attesa – ad esempio -che paiono essere l’assillo dei nostri amministratori, miglioreranno con l’attuazione di questo piano? Non vedo come.

Poi ci sono le Case di Comunità e bisognerà parlare anche di queste.



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Mino Orlando

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