La data del primo maggio fu scelta come festa dei lavoratori il 20 luglio 1889 a Parigi. Una grande manifestazione fu convocata per quella data affinché, simultaneamente in tutti i Paesi e in tutte le città, nello stesso giorno, i lavoratori chiedessero alle autorità pubbliche di ridurre per legge la giornata lavorativa a otto ore e di attuare le altre risoluzioni adottate durante il Congresso di Parigi.

La scelta del primo maggio non fu casuale: si trattava di una data simbolica, volta a ricordare una grande manifestazione operaia svoltasi a Chicago il 1° maggio 1886, repressa nel sangue con inaudita violenza.

Anche in Italia la prima manifestazione per i diritti dei lavoratori fu osteggiata dalle autorità costituite. Il governo Crispi attuò drastiche misure di prevenzione, vietando qualsiasi tipo di manifestazione.

Malgrado ciò, il 1° maggio 1890 si tenne una manifestazione di grande successo, che segnò un salto di qualità nel movimento dei lavoratori. Da quel momento prese vita una mobilitazione su scala nazionale, collegata alle iniziative internazionali.

Nel 1891 fu confermata la celebrazione del primo maggio, sancendo a livello internazionale che quella sarebbe stata la festa dei lavoratori di tutte le nazioni.

Nel 1919, il movimento ottenne finalmente l’obiettivo originario: la giornata lavorativa di otto ore. Le rivendicazioni sindacali continuarono, portando a conquiste fondamentali per garantire condizioni di vita più giuste e dignitose.

Il primo maggio divenne così un giorno di festa. L’interruzione volontaria del lavoro si tradusse in un momento collettivo, in cui i lavoratori acquisivano coscienza della propria forza e gioivano per le prospettive future. Una festa che era al tempo stesso causa ed effetto della loro lotta.

Tra gli anni ’80 e ’90, si visse un periodo di relativa pace sociale, in cui la dimensione celebrativa della festa prese il sopravvento su quella rivendicativa.

In quegli anni si può ragionevolmente affermare che la rappresentanza dei lavoratori fosse riuscita a ottenere quanto previsto dall’articolo 36 della Costituzione:

Art. 36 – Il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La durata massima della giornata lavorativa è stabilita per legge.

Si tratta di uno straordinario concetto di equità sociale, che la legge costituzionale dovrebbe garantire in modo preminente su tutte le altre norme, nazionali e regionali.

Purtroppo, questo principio, pur valido sul piano teorico, si scontra nella pratica con una realtà complessa, spesso dominata da esigenze contingenti.

La globalizzazione ha ridimensionato il rapporto di lavoro, mortificandolo con imposizioni legate alla concorrenza internazionale, che di fatto comprimono il dettato costituzionale dell’articolo 36, riducendolo a un enunciato privo di efficacia.

Le cause sono molteplici: alcune oggettive, altre – troppe – soggettive e riconducibili a logiche speculative.

Le motivazioni oggettive si collocano in un contesto economico dove, per contenere la concorrenza, l’inflazione rimane stabile ma le retribuzioni stagnano, soprattutto in confronto con Paesi in cui il costo del lavoro incide in modo marginale sulla produzione.

Il quadro peggiora quando gli aumenti delle spese correnti – utenze, sanità, trasporti – non sono stabili e comprimono altre necessità essenziali.

I problemi diventano inaccettabili quando questi aumenti sono dettati da logiche soggettive e producono un incremento strisciante delle spese, spesso causato da scelte poco oculate delle istituzioni, sia nazionali che locali.

Tali aumenti, non sempre giustificati da reali esigenze, vengono scaricati sulla popolazione, determinando una maggiore pressione economica non accompagnata da un adeguato incremento salariale.

Questo genera condizioni di disagio e, quando la situazione si aggrava, porta alla povertà per le classi più fragili, che perdono anche il minimo necessario per la sopravvivenza.

Va sottolineato che nel nostro Paese, dalla prima decade del nuovo secolo, la retribuzione del lavoro non ha subito aumenti significativi. Al contrario, l’indice remunerativo ha registrato un calo (–3,5%), a fronte di un aumento dei costi della vita. In altri Paesi europei, invece, le retribuzioni sono cresciute, lasciando l’Italia in fondo alla classifica.

Oggi, l’inflazione ha registrato un’impennata, la produzione ristagna, e il lavoro è in balìa di dinamiche speculative che stravolgono completamente i principi costituzionali.

Le cause di questa crisi sono molteplici, riconducibili spesso a una gestione poco oculata. Le prospettive future appaiono drammatiche, anche a causa della posizione cobelligerante dell’Italia nel sostegno all’Ucraina, invasa dalla Federazione Russa. Questo comporterà costi altissimi per l’approvvigionamento energetico, con ingenti risorse destinate agli armamenti.

In questo scenario, non si intravede nulla di positivo. Inoltre, rimane latente la minaccia del Covid, da non sottovalutare.

Il lavoro e la sua retribuzione rischiano una nuova compressione. Resta da sperare che le istituzioni abbiano il buon senso di prevenire comportamenti speculativi e arricchimenti illeciti. Ma in un Paese dove la corruzione non rappresenta più un ostacolo morale, questo appare difficile.

A meno che le forze sociali e le organizzazioni dei lavoratori non ritrovino quello spirito autentico di lotta che diede vita alle conquiste del primo maggio. Solo così questa giornata potrà tornare a essere non solo una festa, ma anche un momento di lecita e necessaria rivendicazione.


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