Giornata settima, novella quartaDove si racconta di come EGO, uomo di grande presunzione, per amor di banca e per consiglio di un giovane imberbe, mise a soqquadro una mensa assai ben governata, e di come GAIA, donna gagliarda, restò beffata ma non vinta.

 Nel basso Piemonte, terra di colline e vini buoni, viveva un uomo chiamato EGO, il quale, più che per l’ingegno o la bontà, era noto per l’alto concetto che aveva di sé. Costui era padrone d’un ristorante detto Mensa Acquabuona, che, per nome e destino, doveva esser luogo di ristoro per gente semplice, con prezzo modesto e pietanze oneste. 

Or bene, non volendo egli stancarsi con padelle e tovaglie, avea dato in gestione il locale ad una coppia non maritata ma d’amor legata: Aldo, uomo d’età matura, povero e un poco malaticcio, ma saggio tra i fornelli, e Gaia, giovane vigorosa, di oscura origine iberica, la quale avea denari, lena e cervello per due. I due, con contratto ben scritto, prometteano di far buona cucina per prezzo stabilito, ed essi avrebbero pagato ogni spesa di allestimento e gestione. 

E ben operavano: il popolo lodava i loro manicaretti e il clima era lieto, ché la mensa appariva tanto città quanto famiglia. Ma accadde, come spesso accade là dove vi sia fuoco e passione, che un incendio distrusse la cucina. Non volendo arrendersi, ALDO e GAIA domandarono ad EGO altri cinque anni di contratto, così da poter spalmare la spesa su più tempo. EGO, che dell’amor faceva uso solo per gli affari, acconsentì, ponendo però condizione che i due convolassero a nozze, ché un’unione legittima agli occhi del fisco e delle banche pareva più solida. 

I due promessero e si misero a convivere, che già i più li credean marito e moglie. Ma l’amor, quando s’intreccia coi conti, divien spesso guerra: GAIA, che più aveva investito, voleva più del ricavato; ALDO faceva orecchie da mercante. Le nozze si rimandavano, le liti crescevano. 

Nel frattempo GAIA, donna che più d’un banchiere sapeva trattar monete, ottenne crediti, comprò un carrettino, fece investimenti, tutta fiduciosa nella stabilità del contratto. Ma qui entra in scena la Banca dei Bardi, entità grigia e sospettosa, la quale, chiamata da EGO per un finanziamento, mise il naso tra le lenzuola altrui e disse: «Non vi possiamo dare i danari perché i gestori non sono maritati!» 

EGO si stracciò le vesti (di finto lino), GAIA si infuriò, ALDO brontolò, e insieme tentarono di far intendere che, in tempi moderni, l’amore convive ancor più saldo del matrimonio. Ma la Banca, cieca d’umanità, non volle sentire ragioni. 

Allora, ecco il colpo di scena: EGO, che in cuor suo già covava velleità di cambiare aria, conobbe JACK, giovane consulente dal volto liscio e dalla parola untuosa, che gli suggerì una nuova strategia: far gestire il ristorante ad ALDO facendolo maritare ad una certa SONIA, donna priva di dote e di mestiere, ma…di comprovate origini italiane! 

Così EGO ruppe ogni patto e fece nuovo contratto, scacciando GAIA dalla gestione con la scusa delle origini iberiche. La giovane, che per anni avea fatto prosperare la mensa, si ritrovò a servire ai tavoli come dipendente, con paga esigua e sotto il comando di SONIA, che sapeva del ristorante quanto un frate sa di danze. 

La Banca dei Bardi, che pareva esser stata causa d’ogni rovina, in verità mai avea richiesto che la coppia fosse italiana, ma solo sposata e solvibile. GAIA, tradita e depauperata, vide sfumare sogni e investimenti, e si trovò a dover vendere il carrettino, simbolo d’indipendenza, per pagare i debiti contratti nel nome d’un futuro che più non v’era. 

Eppure, chi questa novella racconta, ha cuore d’ottimista e crede che forse, un giorno, ALDO e GAIA torneranno insieme, ché son gli unici che davvero san cucinare e governare la Mensa Acquabuona. Basta che EGO, l’incoerente e vanitoso, smetta d’ascoltar JACK e ricominci ad ascoltar il buon senso. 

E così si chiude la novella di EGO, GAIA, e della Mensa tradita, con un ammonimento: Chi dà retta ai giovani consulenti e dimentica chi gli ha fatto onore, finisce spesso con un ristorante vuoto e una minestra troppo salata. 

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