Vorrei anche io intervenire sul tema lanciato da Daria Ubaldeschi, la quale si chiede se Novi con la nuova amministrazione di sinistra, che è succeduta alla parentesi della destra, sia ancora lugubre. In definitiva si da la risposta: sì lo è ancora.

Propone argomenti – forse perché ovvi- condivisibili ed altri no. Proprio questi ultimi hanno permesso ad alcuni di intervenire rappresentando una realtà in gran parte diversa. Si è aperto un confronto che sul Moscone non si vedeva da tempo. Anche questo testimonia delle diverse ma assai diffuse forme di attaccamento alla nostra città. In molti hanno evidenziato la necessità di sviluppare tecniche di comunicazione più aggiornate per informare la popolazione, perché l’informazione corretta è il presupposto di una convivenza civile. Speriamo i nostri amministratori ne tengano conto. In questa occasione fino ad ora, complice le vacanze agostane, -con la felice eccezione dell’intervento di Patelli- stanno mantenendo quella riservatezza che li contraddistingue, conseguenza non di un atteggiamento distaccato ma di un’etica della modestia.

Vorrei invece soffermarmi su una parte dei commenti anziché sugli interventi. Molti sostengono che Novi non è più come una volta. Un po’ come le stagioni. Per lo più si riferiscono a periodi che facendo i conti risalgono a 50, 40, nella migliore delle ipotesi, 30 anni fa. Mi piacerebbe sapere quale città italiana, quale paese sia rimasto uguale ad allora. Parliamo di epoche storiche. Sarebbe da film di fantascienza – se non dell’orrore- una realtà che mentre tutto il mondo cambia questa rimane immobile, cristallizzata nel tempo.

Le prospettive

Novi ha avuto il suo boom, come il resto dell’Italia del centro e del nord, nel periodo delle grandi emigrazioni dal sud. Bisognerebbe chiedere lumi a Renzo Robbiano, mi pare che in un suo lavoro parlasse di una crescita della popolazione novese di quasi il 10.000 abitanti, passando da 20.000 a oltre 30.000, con un aumento del 50% (i miei dati sono approssimativi). Si tratta del periodo che va dalla metà degli anni 50 alla metà degli anni 70.

Anche allora vi furono diffidenze, discriminazione se non razzismo, nei confronti dei nuovi arrivati, ma la comune appartenenza nazionale, la comune religione, gli stessi partiti di provenienza, permisero una prodigiosa e feconda integrazione. La famiglia del nostro sindaco proviene dalla Basilicata. Qui flussi di popolazione contribuirono in modo essenziale ad un forte dinamismo della comunità novese.

Oggi penso abbiamo bisogno, perchè torni una rinnovata vivacità sociale, di un nuovo fenomeno migratorio verso Novi.

Quello degli stranieri, anche se spaventa molti, va governata ma è inevitabile, visto l’andamento demografico che renderà sempre più difficile alimentare la richiesta di forza lavoro con i nostri figli e nipoti. Del resto se stanno nascendo nuovi negozi di alimentari nel centro storico, nuovi botteghe di parrucchieri, ed altri esercizi dopo un periodo di chiusura di quelli tradizionali, lo si devo proprio a loro.

C’è bisogno che affluiscano a Novi altre forze fresche, culturalmente elevate: questo può creare una aggiuntiva domanda sia di beni che di servizi più moderni ed avanzati, oltre che più negozi e ristoranti. Insomma perché vi sia più offerta deve crescere la domanda e quindi la popolazione giovane.

Mi vengono in mente due possibilità. Dico già che la seconda suscita molte perplessità se non dure avversioni.

La prima: il modello Milano è un prodigio di cui andare fieri. Ci ha portato ai livello dell’Europa più avanza. Naturalmente oltre a creare valore e occupazione ha prodotto contraddizioni e diseguaglianze . I prezzi alti in tutto al centro sono una barriera per i redditi bassi. Ciò accade in tutte le metropoli del mondo. 

Con un treno veloce, (o meglio ancora con un trasporto intermetropolitano che colleghi le tre città dell’ex triangolo industriale e di cui si gioverebbe l’economia di tre regioni) si potrebbe andare da Novi a Milano (vale anche per Genova e Torino) in 20, 30 minuti. Una adeguata iniziativa di promozione potrebbe indurre molti studenti, lavoratori della city, coloro che operano nei servizi più avanzati a trasferirsi in una cittadina come Novi che ha tutti i servizi, circondata dalla campagna, con splendide colline, un Appennino di pregio e a due passi dal mare, spendendo la metà di quanto spendono a Milano. Il telelavoro potrebbe permettere loro, in oltre, di fare anche qualche viaggio in meno.

Veniamo al secondo tema. Il tanto vituperato deposito nazionale dei rifiuti radioattivi che potrebbe insediarsi nella nostra zona (la propaganda avversa parla di scorie radioattive; serve a spaventare, ma le scorie delle centrali nucleari vengono trattate in Gran Bretagna) non solo durante la sua costruzione ma successivamente, con il suo centro di ricerca, porterebbe in zona mano d’opera e tecnici di altissimo livello nell’ordine di centinaia di persone se non di migliaia.

La popolazione novese è anziana, con la pensione sicura, anche se talvolta insufficiente: che volete che esprima, se non il desiderio di tranquillità, contro la turbolenza del cambiamento! 

Anche io ho una profonda nostalgia di quegli anni, nostalgia che oltre a rallegrarci, talvolta diventa commozione quando nell’orto del Carlino, con gli amici a cena si rievocano quei tempi. Anche perché eravamo tutti più giovani. Ma se non favoriamo una nuovo modello di crescita -che peraltro le nostre amministrazioni hanno sempre cercato di fare, gestendo al meglio i mutamenti del tessuto industriale- se speriamo nel ritorno al passato, non possiamo che aspettarci solo i fantasmi del passato.

Ps: il “miracolo novese” degli anni 60, 70 deve molto al “raddoppio” dell’Italsider. Si costruì in poco tempo un grande stabilimento attaccato alla città. Forse oggi l’opera sarebbe stata bloccata per anni da mille veti.

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