Oggi voglio fare una riflessione, non solo per denunciare, ma per gridare con forza la mia indignazione e la mia rabbia davanti a un crimine che riguarda non solo la Palestina e Israele, non solo il Medio Oriente, ma la dignità stessa dell’umanità, dal 2023 a oggi sono stati uccisi 232 lavoratori tra giornalisti e operatori dei media nel corso del conflitto a Gaza.
Duecentotrentadue persone, donne e uomini, caduti non con un’arma in mano, non in un atto di guerra, ma con un taccuino, una telecamera, un microfono. Strumenti semplici, ma potenti: perché capaci di raccontare la verità, di squarciare il velo della menzogna, di mostrare al mondo quello che i potenti vogliono nascondere.
Non sono “danni collaterali”. Non sono vittime casuali. Uccidere i giornalisti significa tentare di uccidere la verità. Significa mettere a tacere le voci libere, impedire che le immagini dei bombardamenti, dei corpi senza vita, delle case distrutte raggiungano le coscienze di chi vive lontano, troppo spesso anestetizzato dal silenzio e dalla censura.
Come esseri umani che credono nella giustizia sociale e nella pace, non possiamo accettare che l’informazione diventi bersaglio di guerra. Non possiamo accettare che il diritto alla verità venga calpestato. Non possiamo rimanere zitti mentre chi cerca di raccontare i crimini viene trasformato in un bersaglio.
La guerra a Gaza è già un massacro un genocidio inaccettabile, con migliaia e migliaia di civili uccisi, con ospedali distrutti, con bambini che crescono tra le macerie. A questo si aggiunge l’assassinio sistematico di chi documenta, di chi testimonia, di chi mostra che non si tratta di “scontri” generici, ma di una carneficina unilaterale contro un popolo prigioniero.
E allora, dobbiamo dirlo chiaro: non c’è pace senza verità, e non c’è democrazia senza libertà di stampa.
Ogni giornalista ucciso è una ferita alla coscienza del mondo. Ogni fotocamera spenta con la forza è una finestra chiusa sulla realtà. Ogni voce ridotta al silenzio è un passo verso la barbarie.
E guardiamoci in faccia: se queste morti non scuotono abbastanza l’opinione pubblica internazionale, è perché i governi occidentali – complici e armatori – non vogliono che la verità si sappia. È perché i grandi media selezionano cosa mostrare e cosa oscurare. È perché la libertà di stampa, che viene sbandierata come un principio universale, si trasforma in un privilegio a geometria variabile, che vale solo quando conviene.
Noi dobbiamo ribaltare questo silenzio. Dobbiamo far vivere la memoria di quei 232 operatori, giornalisti dell’informazione come martiri della verità. Dobbiamo pretendere che si aprano inchieste indipendenti, che si individuino le responsabilità, che la comunità internazionale non volti la testa dall’altra parte.
E, soprattutto, dobbiamo legare questa battaglia alla lotta più grande: quella per la pace, quella per la giustizia, quella contro la logica delle armi e dell’oppressione. Perché la verità che quei giornalisti cercavano di raccontare è la stessa che dobbiamo gridare noi: che non ci sarà mai sicurezza con l’occupazione, che non ci sarà mai libertà con la repressione, che non ci sarà mai pace finché un popolo viene privato dei suoi diritti fondamentali.
Ricordare quei 232 giornalisti significa ricordare che la verità è un bene comune, e che se oggi la si vuole uccidere a Gaza, domani la si vorrà uccidere anche altrove.
Perché uccidere i giornalisti non basta a seppellire la verità. La verità vive nelle coscienze che resistono, e nelle lotte di chi non smette di battersi per un mondo libero dalle guerre e dalle oppressioni.
Robbiano Laura PRC
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