Un tempo Novi Ligure aveva i suoi giornali. C’era Il Novese, che per sessant’anni ha raccontato la città, e c’erano altre testate locali che riempivano le edicole e, soprattutto, tenevano viva una comunità con le parole scritte. Oggi? Quel mondo non c’è più. Il Novese è finito dentro Il Piccolo, Panorama di Novi resiste solo online, Novi Online pure. Di carta non resta nulla. Non perché le notizie mancassero, ma perché i lettori – noi lettori – abbiamo smesso di comprarle.
Al posto dei giornali, ecco che sono arrivati i gruppi Facebook. E qui c’è quasi da sorridere: il più seguito dell’intera provincia è proprio quello di Novi, con decine di migliaia di iscritti, praticamente più dei novesi stessi. È diventato la piazza principale della città, un luogo dove si discute di tutto, dalla cronaca alla spazzatura, dalla politica ai piccoli drammi quotidiani.
E in questa piazza la parola più usata, più evocata, più invocata è una sola: libertà. Libertà di scrivere ciò che si pensa, libertà di denunciare, libertà di “stare dalla parte del cittadino”. Libertà, libertà, libertà. Al punto che, negli ultimi giorni, dentro uno di questi gruppi è comparso persino un appello: gli amministratori si dicono “intimiditi”, “sotto attacco”, come se una misteriosa congiura minacciasse questa loro libertà assoluta. L’articolo del Moscone lo ha messo bene in evidenza: tanta drammaticità, poca sostanza, e una certa tendenza a scambiare la critica per complotto.
Eppure, a ben guardare, questa “libertà” è diventata un feticcio, uno slogan che maschera un cortocircuito. Perché sì, i social ci hanno regalato una libertà immensa – lo ricordava con sarcasmo Umberto Eco quando parlava delle “legioni di imbecilli” –, ma senza strumenti critici questa libertà rischia di degenerare. Diventa un megafono dove tutto vale e niente conta. Dove il post indignato ha lo stesso peso di un’inchiesta documentata. Dove la libertà di dire si trasforma in libertà di confondere.
E il fil rouge di questa storia è proprio la libertà: da un lato i giornali locali, con tutti i loro limiti, ma capaci di dare contesto, verificare, assumersi la responsabilità di ciò che pubblicavano; dall’altro i gruppi social, dove la libertà è totale, ma senza alcuna garanzia di verità, di approfondimento, di responsabilità. Abbiamo perso giornalismo e guadagnato opinionismo. È una transizione che si presenta come emancipazione, ma che in realtà ci lascia più poveri, culturalmente e socialmente.
Per capire quanto sia fragile questo concetto di libertà, basta guardare oltre Novi. Nella Striscia di Gaza, secondo Amnesty International, dall’inizio del conflitto, dall’inizio dell’occupazione israeliana nei territori palestinesi, sono stati uccisi centinaia di giornalisti: è la strage più grave della storia delle guerre moderne contro la stampa. Centinaia di professionisti che hanno perso la vita per testimoniare la realtà. Parallelamente, il governo israeliano ha invitato e strapagato influencer per raccontare la “loro verità” via social. Una libertà di narrazione che, a ben vedere, è tutt’altro che libera: è guidata, costruita, comprata.
Capite allora il paradosso? Da una parte chi muore per esercitare la libertà più difficile, quella di raccontare i fatti. Dall’altra chi invoca libertà a ogni post, ma la usa per gonfiare polemiche da tastiera.
Ecco perché la parola libertà, che oggi viene sventolata a ogni piè sospinto nei gruppi social novesi, rischia di diventare solo un mantra vuoto. Perché la libertà senza responsabilità non è crescita, è rumore. Non è pluralismo, è confusione.
Alla fine, Novi non ha perso soltanto i suoi giornali. Ha perso un pezzo di cultura, di capacità critica, di memoria collettiva. Ha guadagnato migliaia di piccoli megafoni che urlano “libertà”. Ma senza un filo che leghi queste voci alla realtà dei fatti, quella libertà assomiglia più a un’eco che a una conquista. E allora sì: più che Ligure, Novi rischia di diventare davvero “Lugubre”.
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