Oggi voglio affrontare un tema che tocca nel profondo la coscienza di ognuno di noi: il diritto al fine vita, la possibilità di scegliere, con dignità e consapevolezza, come affrontare l’ultimo tratto della propria esistenza.

La Toscana e la Sardegna hanno compiuto un passo coraggioso, approvando un decreto che finalmente riconosce questo diritto, che non è un privilegio per pochi, ma una conquista civile per tutte e tutti. Non si tratta di una legge “sulla morte”, ma di una legge sulla vita, perché mette al centro la persona, la sua volontà, la sua libertà e la sua dignità.

Per troppo tempo il nostro Paese ha rimandato, rinviato, eluso una questione che invece tocca concretamente migliaia di famiglie. Abbiamo visto uomini e donne costretti a viaggi della speranza verso la Svizzera, come se chiedere una morte dignitosa fosse un crimine da esiliare oltre confine. Abbiamo ascoltato storie di chi è rimasto prigioniero di dolori insopportabili, senza possibilità di scelta, perché lo Stato non garantiva loro alcuna via d’uscita.

Con il decreto toscano e quello sardo, finalmente, si rompe un tabù. Si afferma un principio chiaro: nessuno può imporre a un altro essere umano sofferenze non volute. Nessuno può arrogarsi il diritto di decidere per qualcun altro come debba vivere, o fino a quando. Solo la persona, nella sua unicità e nella sua coscienza, può scegliere.

Non è un invito alla morte, è un invito al rispetto.

Non è un atto di rinuncia alla vita, ma un atto d’amore per la vita stessa, perché ogni vita merita di essere vissuta senza accanimento terapeutico, senza costrizioni, senza dolore inutile.

La Toscana e la Sardegna hanno aperto una strada che dovrà diventare nazionale. Non possiamo permettere che il diritto al fine vita diventi un privilegio legato al codice postale o alla regione di residenza. Un diritto non può essere “a macchia di leopardo”: o vale per tutte e per tutti, o non è un diritto.

Come lo è stata quella per il divorzio, come lo è stata quella per l’aborto, come lo è stata quella per le unioni civili. Ogni volta c’è chi ha gridato allo scandalo, ogni volta c’è chi ha cercato di fermare il vento del cambiamento. Ma la storia ci insegna che i diritti, quando vengono conquistati, non arretrano più.

La laicità dello Stato significa questo: dare spazio a tutte le convinzioni, rispettare ogni credo religioso, ma non imporre una visione a chi non la condivide. Chi vorrà continuare ogni terapia fino all’ultimo respiro avrà sempre la possibilità di farlo. Ma chi invece sceglierà la via del fine vita dignitoso dovrà essere libero di farlo, con l’assistenza, il conforto e la vicinanza della comunità.

Il decreto approvato in Toscana e in Sardegna rappresenta un atto di responsabilità politica, un gesto di coraggio istituzionale e, soprattutto, un segnale di umanità. Non stiamo parlando di numeri, di bilanci o di statistiche. Stiamo parlando di persone, dei loro volti, delle loro storie, delle loro famiglie.

È tempo che anche il Parlamento italiano raccolga questo testimone. È tempo che il diritto al fine vita entri finalmente a far parte del nostro ordinamento nazionale, affinché non ci siano cittadini di serie A e di serie B. Perché la dignità non conosce confini geografici.

 Non lasciamo che la paura o il pregiudizio fermino il cammino della civiltà. Non lasciamo che il silenzio continui a pesare sulle vite di chi chiede solo di poter scegliere. Impegniamoci tutti affinché la scelta della Toscana e della Sardegna non resti un’eccezione, ma diventi il futuro dell’Italia intera.

Il diritto al fine vita è il diritto a vivere fino in fondo la propria libertà. E la libertà, quando è autentica, non si nega mai a nessuno.

Robbiano Laura PRC 

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Un pensiero su “Il diritto al fine vita è il diritto a vivere fino in fondo la propria libertà”
  1. Sono sempre per la scelta consapevole del fine vita . Giusto decreto. Brava Laura . Come sempre

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