L’assassinio di Charlie Kirk non è soltanto la fine violenta di una biografia. È un segnale che ci dice come funziona oggi la politica delle società occidentali: non più come confronto di idee, ma come meccanismo di polarizzazione emozionale, fondato su un unico carburante – l’odio. 

Un analista televisivo americano è stato licenziato per aver pronunciato una frase che in altri tempi sarebbe stata definita quasi scolastica: «l’odio genera odio». In una società dove il dibattito pubblico è ridotto a tifoseria, la spiegazione viene scambiata per giustificazione, l’analisi per apologia, il pensiero critico per schieramento. È il segno che siamo entrati in una struttura discorsiva tribale, dove la funzione delle parole non è più interpretare la realtà, ma identificare amici e nemici. 

Questo processo si riconosce bene attraverso tre dinamiche: 

  1. La semplificazione binaria. Ogni fenomeno viene ridotto a una dicotomia elementare – con me o contro di me – che elimina sfumature e margini di autonomia. Non esiste più l’analisi disinteressata: chi non applaude, tradisce. 
  2. Il rovesciamento vittimario. Le culture politiche sovraniste hanno costruito un dispositivo retorico efficace: presentarsi come minoranza perseguitata anche quando sono forza di governo. La denuncia dell’odio altrui diventa al tempo stesso legittimazione del proprio odio. 
  3. La performatività della violenza simbolica. Dire, oggi, è già fare. Le parole non sono più argomentazioni, ma atti che mobilitano, marchiano, autorizzano. Un post osceno di un gruppo marginale, con l’immagine di Kirk a testa in giù, diventa – se rilanciato dalla presidente del Consiglio – un’arma simbolica. Non conta più la marginalità della fonte: conta l’uso politico che se ne fa per costruire un nemico collettivo. 

In questo schema, la politica perde la dimensione del compromesso, della sintesi, e diventa conflitto ritualizzato. Lo si vede negli schieramenti partitici: ciascuno pretende adesione totale e trasforma la divergenza in colpa. Lo si vede nelle istituzioni, dove la fedeltà al leader diventa criterio di legittimità, sostituendo la competenza e la verità fattuale. 

Ciò che colpisce è il passaggio da una concezione della libertà come pluralità di voci a una concezione della libertà come licenza di imporre la propria voce, anche con la violenza, prima di tutto verbale, ma, all’uso, anche fisica. L’estrema destra rivendica la libertà di dire “negro” o “frocio” senza subire sanzioni sociali, l’estremista pro-life rivendica la libertà di negare l’aborto anche alle vittime di stupro. La libertà, deformata, diventa arroganza e sinonimo di dominio. 

L’omicidio di Kirk allora non va letto come episodio isolato, ma come manifestazione estrema di un contesto culturale: quello in cui la violenza non è più residuo patologico, bensì esito coerente di una grammatica sociale che ha normalizzato la sopraffazione come strumento politico, fino ad arrivare a giustificare la guerra come metodo di soluzione dei conflitti. 

Il vero paradosso è che proprio mentre l’Occidente rivendica la superiorità delle democrazie sulle autocrazie, al suo interno cresce l’attrazione per la semplificazione autoritaria e per la logica del capo. L’omicidio di Kirk lo dimostra: l’odio non genera solo opinioni radicali, ma azioni radicali. E questo accade anche dentro quelle che chiamiamo, con sempre meno convinzione, democrazie. 

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Un pensiero su “ L’omicidio Kirk e la sociologia dell’odio ”
  1. Ciao Teresa, come sl solito, hai fatto un’analisi profonda dei problema. Ma abbiamo degli anticorpi per difenderci dall’autoritarismo dei social? Si troverà un vaccino per questa pestilenza?

I commenti sono chiusi.

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