Alessandria, l’ospedale del passato e il Politecnico del futuro: l’esempio di Lecco 

Secondo quanto si legge sui giornali, il nuovo ospedale di Alessandria verrà inaugurato dopo il 2030. Ciò significa che la città ha qualche anno davanti per decidere come riutilizzare l’attuale struttura, quando l’attività clinica, ambulatoriale e di ricerca sarà trasferita altrove. Comune e Regione devono darsi da fare fin da ora per evitare che l’attuale nosocomio possa trasformarsi in un enorme rudere abbandonato nel cuore della città.

Non sarebbe un caso isolato: da Nord a Sud si contano decine di ex ospedali lasciati all’incuria. È quindi necessario iniziare fin da ora a ragionare sul futuro per cercare di prevenire i rischi di abbandono da un lato e di speculazione edilizia a uso residenziale dall’altro (in una città con una timida crescita demografica è una proposta poco sostenibile). E dunque, che fare? 

Prendiamo l’esempio di Lecco: nella città lombarda, la costruzione del nuovo Ospedale Manzoni (inaugurato nei primi anni 2000) ha reso obsoleta la vecchia struttura ospedaliera, situata in centro. Per evitare di sobbarcarsi i costi di manutenzione di un immobile vuoto – che possono ammontare a decine di migliaia di euro l’anno – si è deciso di coinvolgere l’università. Il vecchio ospedale e tutta l’area circostante, infatti, sono stati rilevati dal Politecnico di Milano che qui ha aperto un suo distaccamento (inaugurato nel 2013 e sviluppato su un’area di quasi 50mila m²). L’ex nosocomio è stato trasformato in un campus all’inglese, energeticamente all’avanguardia e dotato di dormitorio per 200 studenti, aule didattiche e sale studio, servizi di ristorazione e svago, biblioteche e persino un archivio. Il risultato? Oggi il polo lecchese del PoliMi conta oltre 1.800 studenti, di cui circa 600 provenienti dall’estero, anche grazie ai corsi in lingua inglese. 

Il campus del Politecnico di Lecco

Tornando ad Alessandria, negli ultimi anni la città sta tentando di rilanciarsi come polo universitario, con l’apertura della Facoltà di Medicina e la costruzione del nuovo campus agli Orti. Poco distante sorge ancora il distaccamento del Politecnico di Torino, presso l’ex macello: il PoliTo ha cessato le lezioni in città dal 2009, ma il contesto nel frattempo è cambiato. Dopo la pandemia, infatti, le università di provincia sono state riscoperte grazie alla qualità della didattica e ai costi di vita contenuti rispetto ai grandi centri. Certo, Alessandria è stretta tra Pavia, Genova e Torino – tutte città con facoltà di ingegneria – ma il prestigio del PoliTo potrebbe attrarre studenti e sottrarre immatricolazioni ad altri poli, complice il minor costo della vita. Un’eventuale riapertura del distaccamento del PoliTo ad Alessandria, però, non dovrebbe limitarsi a una semplice “re inaugurazione” dell’ex macello agli Orti: serve un progetto integrato, in grado di connettere il politecnico al territorio. E qui torna l’esempio di Lecco: occorre pensare in grande, lavorare tutti insieme per riportare il Politecnico di Torino in città con un vero campus all’inglese, all’interno dell’attuale complesso ospedaliero. Sarebbe auspicabile demolire i volumi più recenti del Novecento (quelli affacciati su Spalto Marengo), recuperare il nucleo settecentesco e (in parte) il monoblocco: parliamo di più di 50mila m² complessivi (dimensioni pressoché uguali – se non maggiori – rispetto al campus lecchese). La presenza di una facoltà di ingegneria potrebbe rispondere anche alle esigenze produttive del territorio, che sta investendo molto in logistica, chimica e sanità: per tutti questi settori servono figure tecniche specializzate. Alessandria farebbe così il salto di qualità e diventerebbe una vera e propria città universitaria, animata da molti studenti (anche provenienti da fuori Regione e, magari, anche dall’estero). Il PoliTo potrebbe collaborare con l’Università del Piemonte Orientale e con il futuro IRCCS, generando nuove sinergie virtuose. 

Si deve fare sintesi: destra e sinistra hanno espresso più volte, sia a livello locale che a livello regionale, l’importanza di un ritorno del Politecnico (le parole spese in tal senso dal Consigliere Regionale Buzzi Langhi la scorsa estate sono dirimenti) e la necessità di trovare un futuro per l’attuale Santi Antonio e Biagio (come espresso più volte dal Sindaco Abonante). Un progetto del genere vedrebbe un consenso bipartisan. Facciamo sedere allo stesso tavolo Regione, Politecnico, ASL e AOU e cerchiamo di trasformare questa possibilità in realtà. 

Crediamoci: se la Regione è disposta a investire 35 milioni di euro per realizzare un edificio a forma di grappolo d’uva al posto dell’ex ospedale di Asti, non si vede perché dovrebbe opporsi a un progetto di recupero di questa portata. 

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Luca Tinelli

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