GIORGIA MELONI PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DONALD TRUMP PRESIDENTE USA

Avevo venticinque anni e un armadio pieno di tailleur color pastello. Lavoravo in un grande studio notarile a Genova e sognavo di essere una Working Girl all’italiana — una Melanie Griffith bassina e con meno lacca. Credevo che la chiave del successo fosse imitare gli uomini, ma farlo con più grazia: mai lamentarsi, mai nominare la parola “madre”, mai lasciare intendere che esistesse una vita fuori dal lavoro.

L’imperativo: sorridere, sempre. Essere efficiente, precisa, impeccabile e soprattutto piacevole, ad uso e consumo del capo maschio di riferimento. Dare l’impressione di poter reggere tutto: scadenze, tensioni, umiliazioni sottili.

Facevo di più e meglio dei colleghi, ma senza mai chiedere di più. Ero convinta che quella fosse emancipazione. Oggi so che era patriarcato, solo travestito da professionalità.

Era l’addestramento invisibile a essere “una di loro”, ma senza mai disturbare davvero. Una donna sì, ma neutra. Forte, ma gentile. Capace, ma decorativa. Il patriarcato ama le donne così: funzionali, lucide, sempre sorridenti — purché non ricordino mai di esserlo.

Ieri ho visto quel video: Donald Trump che introduce Giorgia Meloni come “a young woman, a very beautiful woman”. Non “la presidente del Consiglio italiano”. Non “la leader di un Paese del G7”. Solo “una giovane donna carina”.

È tutto lì, in quelle poche parole, il gesto antico del potere maschile: cancellare la competenza con un complimento. Trasformare il ruolo in apparenza, il merito in estetica, la fatica in sorriso. Non è un lapsus, è un meccanismo: il patriarcato si autoriproduce anche così, attraverso la retorica della galanteria, del “riconoscimento gentile” che in realtà è una forma di riduzione.

E la cosa più amara è che lei sorride.

Come ho sorriso anch’io, tante volte, davanti a battute o sguardi che non volevano offendere ma finivano per rimettermi “al mio posto”. Il sorriso come corazza. La gentilezza come sopravvivenza. Da brava “ancella del patriarcato”

Perché il patriarcato non è solo negli uomini che lo esercitano, ma nelle donne che imparano a respirarlo come aria di normalità. Quelle che si adattano, che si allenano a non dare fastidio, a essere “una presenza piacevole”. Quelle che, senza accorgersene, difendono il sistema che le ridicolizza perché quel sistema — almeno — le protegge, le riconosce, le chiama “speciali”,

Ma essere libere non significa essere speciali per gli uomini. Significa non doverlo più essere.

E allora oggi, a distanza di anni da quella ragazza in tailleur pastello che arrivava prima e usciva per ultima, mi concedo una ribellione minuscola ma decisiva: non sorridere quando non ho voglia. Dire che sono stanca. Rivendicare la mia vita fuori dall’ufficio. Essere donna anche al lavoro, non nonostante il lavoro.

Forse la vera rivoluzione femminile comincia lì: nel momento in cui smettiamo di chiedere di essere accettate e iniziamo a pretendere di essere riconosciute.

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Un pensiero su “Il patriarcato con il rossetto ”
  1. Brava Teresa, ottime considerazioni in un contesto di memoria ed esperienza personale davvero interessante. E hai ragione, la vera rivoluzione comincia nel momento in cui si prende coscienza della propria condizione (morale, sessuale, affettiva, economica e sociale) e si lotta per l’affermazione di se senza ipocrisie e con la mente aperta.

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