I Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) restano il principio normativo di un welfare universale, ma la sua attuazione è vincolata dalle risorse regionali effettivamente disponibili. Nella nuova legge di bilancio, il governo li conferma, ma solo come cornice per l’autonomia differenziata.
Nati per garantire che ogni cittadino, in qualunque Regione, potesse accedere agli stessi servizi minimi, i LEA sono diventati negli anni una parola d’ordine più contabile che morale. La nuova legge di bilancio li cita, all’art. 124, per ribadire che i LEA del DPCM 2017 restano ‘riferimento per la definizione dei LEP’, i “Livelli Essenziali delle Prestazioni”, in vista dell’autonomia differenziata.
Negli ultimi dieci anni, la distanza tra Nord e Sud in termini di servizi sanitari si è allargata invece di ridursi. La mortalità evitabile è doppia in Calabria rispetto al Veneto; la spesa pro capite varia da 1.900 a 2.700 euro; i tempi d’attesa per un’ecografia oscillano da quindici giorni a cinque mesi.
Nella pratica di attuazione, i LEA definiti dal DPCM 2017 sono garantiti nella misura consentita dal finanziamento effettivo del Fondo Sanitario Nazionale ripartito tra le Regioni.
La legge di bilancio 2025 aumenta il Fondo Sanitario Nazionale di 2,6 miliardi (2025-2027), ma questa cifra è assorbita da pressioni sui costi energetici, rinnovi contrattuali e inflazione strutturale (indice ISTAT sanità: +1,5% nel 2024).
Secondo i monitoraggi dell’ufficio parlamentare di bilancio e delle associazioni di settore (GIMBE, AIOP), l’incremento finanziario non compensa i nuovi costi strutturali, con effetto netto di capacità di spesa reale stazionaria o in leggero calo. Eppure, nello stesso testo, il governo rivendica di aver “rafforzato il principio dell’autonomia finanziaria” in sanità.
Da anni il Ministero della Salute definisce nuovi LEA “sulla carta”, senza poterli rendere esigibili. Le tabelle con i nuovi standard — assistenza domiciliare, prevenzione, salute mentale — restano in attesa del decreto di aggiornamento dei costi standard. Sussiste una tensione strutturale: i LEA sono definiti per legge, ma i decreti attuativi sui costi standard rimangono incompleti, creando una discrepanza tra obblighi normativi e copertura finanziaria.
Di conseguenza, le Regioni sono valutate sulla base di standard che non hanno potuto pianificare con certezza. Nel frattempo, le disuguaglianze diventano struttura: un cittadino lombardo ha cinque volte più possibilità di accedere alla telemedicina di uno calabrese, e il numero di infermieri per mille abitanti è il doppio in Emilia rispetto alla Campania. L’accesso ai servizi sanitari varia significativamente per geografia, vanificando il principio di universalità.
Il dibattito sull’autonomia differenziata procede come se fosse una questione di efficienza amministrativa, non di accesso ai diritti. Il vero significato dei LEA è che sono la misura tangibile dell’uguaglianza costituzionale, rappresentando l’unico punto in cui lo Stato non potrebbe delegare la responsabilità ai territori, tuttavia, diventano un elemento della riforma che redistribuisce responsabilità tra livelli di governo in materia di programmazione della spesa e degli standard di servizio.
Nella pratica, quando i LEA divengono riferimento dei LEP – come stabilito dall’art. 124 – la loro implementazione continua ad avvenire attraverso il meccanismo dei fabbisogni standard (già in vigore ex d.lgs. 68/2011). Questo evidenzia che la loro garanzia dipende dalla disponibilità effettiva di risorse determinata tramite formule di perequazione.
Pur restando giuridicamente distinti, la loro attuazione viene valutata con gli stessi strumenti contabili dei LEP (fabbisogni standard, perequazione).
Questo non rappresenta un cambiamento: i LEA sono sempre stati oggetto di vincoli di bilancio. La novità consiste nel rafforzamento del monitoraggio delle coerenze tra risorse allocate e livelli di servizio prestati.
Non è un caso se la stessa manovra prevede la revisione del monitoraggio della spesa sanitaria: non per misurare la qualità dei servizi, ma per ‘rafforzare la coerenza tra risorse e livelli di servizio’. In questo modo, ciò che conta non è più se i cittadini ricevono la stessa cura, ma se le Regioni spendono in modo coerente.
L’Italia mantiene il principio legale della universalità del SSN, ma con significative disparità territoriali nell’accesso effettivo ai servizi. La coesione territoriale è diventata un lusso, e l’uguaglianza una voce di bilancio.
Il principio rimane, ma la sua implementazione rimane vincolata dalla disponibilità finanziaria: finché il finanziamento dei LEA non sarà stabilizzato con clausole di rigidità di bilancio e monitoraggio della qualità di erogazione, la loro garanzia dipenderà dalla capacità di bilancio di ciascuna Regione.
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