L’olfatto è legato al rinencefalo, una parte dell’encefalo molto sviluppata negli altri mammiferi, mentre nell’uomo si è ridotta per far spazio ad altre aree del cervello.
Per questo motivo noi, al contrario di altri animali come il cane o il gatto, abbiamo un olfatto più grossolano, che non ci permette di analizzare a fondo e in modo sistematico gli odori, come invece facciamo, ad esempio, con le immagini attraverso la vista.

Il rinencefalo, inoltre, fa parte dell’archencefalo, il cervello più antico, legato alle sensazioni primordiali.
Per questi due motivi gli odori spesso ci richiamano a esperienze vissute in passato: evocano emozioni antiche, irrazionali, o che pensavamo dimenticate.

La mia passione per la politica – ma ancor di più il mio sentirmi parte di una comunità – è legata a un odore.
Ogni volta che lo sento, ritorno a un pomeriggio di tanti anni fa, quando varcai per la prima volta la soglia di una festa dell’Unità.

Quando si entra in una festa dell’Unità nel pomeriggio, poco prima dell’apertura, si è avvolti dall’odore che proviene dalla cucina e da quello delle griglie che si stanno scaldando.
Me lo ricordo bene, quel giorno. Ero poco più di una bambina.
I miei mi avevano accompagnato alla festa nel tardo pomeriggio, dopo avermi convinta – un po’ a forza, devo ammettere – a sostituire mio fratello al bar della giovanile.
Doveva essere una questione di pochi giorni, due o tre sere a lavare bicchieri, niente di più.

Mi lasciarono all’ingresso e, dopo un approccio un po’ brusco, capii dove ero stata assegnata.
Non so cosa mi successe, ma per la prima volta nella mia vita, sorprendentemente, in un luogo sconosciuto, fra persone sconosciute, mi sentii a mio agio.
E da lì è partito tutto: tre giorni sono diventati quattro, poi cinque… sono passati trentiquattro anni e sono ancora qui.

È un mondo particolare e bellissimo, quello delle feste dell’Unità.
La prima cosa che mi hanno insegnato è che tra militanti ci si dà tutti del tu, non importa la differenza d’età, e ci si chiama “compagni”, un termine a cui sono ancora molto affezionata.
E poi non conta chi si è fuori da lì: che tu abbia la terza elementare o un dottorato di ricerca, è normale vedere un manager fare lo sguattero coordinato da un manovale, perché lì si è tutti uguali.
E alla fine si mangia tutti insieme, a tarda sera, in grandi tavolate che a uno sguardo distratto potrebbero sembrare composte da persone che hanno poco in comune, ma che invece appartengono tutte a un’unica grande comunità.

Dopo parecchi anni, due settimane fa ho risentito quell’odore.
Ho ritrovato quella sensazione, ho riprovato quell’emozione.
Ho visto militanti che non incontravo da anni tornare alle loro postazioni come se il tempo non fosse mai passato.
Ho visto abbracci commossi tra giovani e vecchi compagni che si ritrovavano dopo tanto tempo.
Ho rivisto una comunità ritrovarsi insieme.

Una sera, finito il servizio, ho notato una compagna – figlia di uno storico dirigente del partito – seduta da sola, malinconica, a un tavolo.
Mi sono seduta accanto a lei, e mi ha detto che stava pensando a tutti coloro che non ci sono più.
Poi ci siamo guardate e abbiamo concordato che era bellissimo essere di nuovo in quel luogo, in quel momento.

Perché per noi, la festa dell’Unità è semplicemente – e finalmente – casa.

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