La memoria è un dovere civile, non un’arma propagandistica

Lunedì 1° dicembre a Casale Monferrato verrà presentato il libro «Sergio Ramelli, una storia che fa ancora paura». A mio parere si tratta di una presentazione inquietante, non perché si voglia negare il dolore o rimuovere una tragedia, ma perché ci ricorda quanto oggi sia forte il tentativo di piegare la memoria a un progetto politico che mira a rovesciare il senso profondo della nostra storia repubblicana e antifascista.

La memoria non si riscrive per convenienza.

Quella che viene definita “memoria condivisa” rischia di trasformarsi in un’operazione di legittimazione del neofascismo, un modo subdolo per attenuare le responsabilità della destra eversiva. Non è un omaggio alle vittime: è un attacco alla verità storica. Ed è questo che fa davvero paura.

L’omicidio di Sergio Ramelli fu un crimine terribile, un’ingiustizia che pesa ancora. Ma un conto è la pietà, un altro è la politica della memoria. Oggi, attorno a quel nome, si tenta di costruire una narrazione falsa, che mette sullo stesso piano chi difendeva la democrazia e chi la combatteva. La prefazione di Ignazio La Russa e la postfazione di Paola Frassinetti non sono semplici dettagli: sono un manifesto politico. Non ricordano, reinterpretano. Non uniscono, distorcono.

La retorica della “pacificazione” serve a un obiettivo preciso: svuotare l’antifascismo, ridurlo a opinione, equiparare vittime e carnefici, cancellare la continuità storica tra il fascismo e le organizzazioni neofasciste responsabili di stragi, bombe e sangue nelle piazze, nelle banche, nelle stazioni.

Per questo è fondamentale che istituzioni democratiche, associazioni come l’Anpi e una cittadinanza vigile alzino la voce. Non siamo di fronte a un episodio isolato, ma a una strategia diffusa, che passa attraverso libri, convegni e dichiarazioni di una destra che governa e che tenta di normalizzare ciò che non è mai stato normale: il fascismo.

L’antifascismo non è una memoria di parte. È la radice della nostra Repubblica. È ciò che ha permesso all’Italia di rinascere dopo dittatura, guerra e leggi razziali. È ciò che continua a garantire libertà, dignità e uguaglianza.

Ricordare Ramelli è giusto. Usarlo per riabilitare un’ideologia fondata su violenza e oppressione no, non è giusto.

La memoria è un dovere civile, non un’arma propagandistica.

Robbiano Laura
PRC

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Laura Robbiano

4 commenti su “La memoria è un dovere civile, non un’arma propagandistica

  1. Fascisti che parlano di fascismo e di fascisti, i quali vorrebbero sdoganare quel regime che tanti lutti ha portato nelle famiglie italiane in una chiave moderna ma ugualmente autoritaria… Con la prefazione di un signor fascista come LaRussa…Una porcheria letteraria che andrebbe boicottata ferocemente, non tanto per Ramelli, ma per come stanno usando a livello propagandistico quell’omicidio. Schifo totale.

    1. Sergio Ramelli è morto perché aveva un’idea!
      Definire porcheria letteraria un libro su un ragazzo 17 enne massacrato di botte da una squadraccia è inaccettabile dal mio punto di vista

      1. Legga bene,signor Bergaglia. E’ l’uso che se ne fa di una vicenda tragica come quella di Ramelli che è una porcheria. E se la si porta su un libro a fine propagandistico è questo e null’altro. Se poi Lei fa la conta di quanti ragazzi di sinistra sono stati assassinati dai missini, il paragone non regge proprio.

  2. Intanto faccio fatica a rispondere a chi non mette il cognome
    Comunque io non sarò mai di quelli che tratta i tragici anni 70 come una partita di calcio con una squadra contro l altra e quindi contando le segnature…
    Certamente anche i ragazzi di sinistra avevano delle idee e sono stati massacrati ingiustamente e ignobilmente
    Buona giornata

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