Purtroppo ancora una volta con questo governo ci troviamo di fronte all’ennesimo assalto alla stabilità del lavoro, all’ennesimo tentativo di demolire quel poco che resta dei diritti conquistati con decenni di lotte. E ancora una volta, il mandante politico è sempre lo stesso: la Lega, con il suo dogma ormai strutturale della precarietà.
La proposta della Lega di portare i contratti di somministrazione a termine fino a 5 anni non è un dettaglio tecnico, non è un aggiustamento, non è un “adeguamento alle esigenze delle imprese”: è un manifesto ideologico. È la conferma di una visione del lavoro che ripudia la stabilità, che considera la dignità una zavorra, che trasforma la vita delle persone in una variabile dipendente dagli interessi del mercato.
Il ministro Calderoli, ieri era a Torino per sottoscrivere la scellerata pre-intesa con Cirio – ci parla di “buona occupazione”. Ma quale buona occupazione? La stessa buona occupazione fatta di voucher, di contratti spezzettati, di part-time involontari si sta riproponendo sotto un altro travestimento. Quello che vogliono davvero è istituzionalizzare il precariato di lunghissima durata, rendere normale l’eccezionale, trasformare il lavoratore in una merce usa e getta: flessibile, ricattabile, sostituibile. Perfetto per alimentare gli utili delle agenzie interinali e le rendite di chi specula sulla fragilità lavorativa.
E sia chiaro: cinque anni di contratto senza alcuna garanzia di stabilizzazione non sono lavoro. Sono sospensione. Sono vita messa in stand-by. Significano impossibilità di progettare il futuro, di fare un mutuo, di mettere su famiglia, di uscire dall’ansia costante del “domani cosa succede?”. È la precarietà come politica pubblica. La precarietà come architettura sociale. La precarietà come condizione esistenziale.
E pensare che la norma attuale, quei 24 mesi già fragili e insufficienti, era stata presentata come un limite invalicabile. Ma alla Lega non basta: quando si tratta di togliere diritti ai lavoratori, la voracità non si placa mai. Ripropongono un blitz già fallito, insistono, forzano, perché il loro progetto è chiaro: distruggere qualsiasi argine alla flessibilità selvaggia.
Questa iniziativa si inserisce perfettamente nel quadro delle politiche economiche del governo, un governo in cui la Lega gioca il ruolo del braccio armato della precarizzazione. Un governo piegato agli interessi particolari, alle lobby, ai “salotti buoni” che decidono chi merita protezione e chi può essere sacrificato.
E non è un caso che al Ministero dell’Economia ci sia un uomo come Giancarlo Giorgetti, impegnato più nel risiko bancario che nel risolvere i drammi sociali del Paese. Un ministro che mostra insofferenza verso qualsiasi controllo, verso Bankitalia, verso chiunque osi mettere in discussione una manovra costruita per accontentare amici e clientele, non certo lavoratori e famiglie. Un ministro che incarna perfettamente quel mix tossico di populismo e tecnocrazia: parole semplici per il popolo, favori sofisticati per pochi eletti.
Questa proposta non risolve nulla. Non affronta i bassi salari, non affronta la disoccupazione giovanile, non affronta il problema dei contratti pirata, non affronta il crollo della produttività o il dramma delle delocalizzazioni. Non crea occupazione: crea solo lavoratori usa e getta.
Mentre parlano di stabilità per i mercati, seminano instabilità sociale. Mentre difendono il rigore sui conti, lasciano esplodere l’insicurezza nelle vite delle persone. Mentre alimentano retoriche identitarie, cancellano identità e diritti nei luoghi di lavoro.
Il governo ha scelto da che parte stare. Ha scelto di stare dalla parte delle imprese che vogliono manodopera docile. Dalla parte delle agenzie che fanno profitto sulla fragilità. Dalla parte di chi considera la vita dei lavoratori un capitolo di spesa variabile.
Non di certo di chi fatica, non dalla parte di chi produce ricchezza reale, non dalla parte di chi, ogni giorno, tiene in piedi questo Paese.
Dobbiamo smascherare le ipocrisie;– organizzare la resistenza;– proporre un modello alternativo che rimetta al centro il lavoro stabile, il salario dignitoso, la sicurezza sociale, la possibilità per tutte e tutti di costruire una vita libera dal ricatto.
Contro un governo che inietta precarietà strutturale, noi dobbiamo rivendicare diritti strutturali,contro un’economia fondata sulla paura, noi dobbiamo proporre un’economia fondata sulla giustizia, contro chi vuole lavoratori sempre più deboli, noi dobbiamo costruire un movimento sempre più forte.
Perché il lavoro non è una merce, i lavoratori non sono numeri, e dalla precarietà non nasce futuro.
Robbiano Laura PRC
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Bellissimo articolo