Un gruppo di giovani donne che credeva in un progetto, un’Assessora provinciale alle Pari Opportunità che ha creduto in loro: tutto è iniziato così, racconta Sarah Sclauzero, presidente del centro antiviolenza Medea. «Monica Milano è stata sicuramente la forza trainante del gruppo, con Carlotta Sartorio, Francesca Brancato e Deborah Inglese. Importantissimo è stato anche il supporto dell’assessora provinciale Maria Grazia Morando. Insieme alla collaborazione con la cooperativa Azimut, ci è stato subito chiaro che il punto centrale del progetto doveva essere la formazione: non semplici volontarie, ma professioniste».
Per questo, prosegue Sarah, venne contattata La Casa delle Donne di Bologna, uno dei primi centri antiviolenza in Italia. «Così è iniziato il nostro periodo di addestramento e formazione. Nel 2009 abbiamo inaugurato la prima sede del centro Medea: due piccole stanze – dice sorridendo – dalle quali tutto è partito». Da allora il centro ha saputo lavorare in rete con le istituzioni, diventando un punto di riferimento per tutto il territorio.
Quest’anno è stata inaugurata una nuova sede, molto più grande, ad Alessandria. «Qui lavorano 20 operatrici che coprono anche la sede di Casale. Grazie a loro possiamo offrire un servizio attivo 7 giorni su 7, con un numero verde agganciato anche al 1522. Gestiamo inoltre alcuni appartamenti protetti, capaci di accogliere complessivamente 25 persone (mamme con figli/e). Abbiamo preferito fin dall’inizio che ogni nucleo – formato in prevalenza da donne e bambine/i – abbia il proprio appartamento». Una realtà imponente, frutto di un impegno portato avanti con professionalità ma, sottolinea Sarah, «soprattutto con il cuore».
Sarah spiega che il centro è a completa disposizione della donna, per ascoltarla e supportarla. «Il percorso deve seguire i suoi tempi, senza nessuna pressione da parte dell’operatrice. L’autodeterminazione e la motivazione per uscire dall’incubo della violenza arrivano sempre con il tempo, passo dopo passo. La denuncia è l’ultimo step, e a volte non arriva mai. La decisione finale deve essere sempre della donna, senza forzature e senza fretta. Qualunque sia la sua scelta, il centro me.dea sarà al suo fianco».
Oggi, osserva Sarah, grazie a campagne che portano a parlare sempre di più del tema, le donne hanno maggiore fiducia nella possibilità di uscire dall’inferno della violenza domestica. «Questo fa sì che il fenomeno emerga molto più che in passato. Vent’anni fa la maggior parte dei casi rimaneva sommersa». Nel contesto attuale, però, ci sono segnali che la preoccupano: «Realtà improvvisate che si occupano di violenza senza competenze adeguate, stereotipi che tornano, la volontà di trasformare la violenza di genere in violenza “in genere”. È necessario ribadire con forza che la violenza sulle donne viene perpetrata dagli uomini, con la volontà di annullare la persona, di renderla un oggetto da possedere e di cui disporre a proprio piacimento, fino alle estreme conseguenze del femminicidio. Ogni tentativo di negare questa verità deve essere fermato».
Chiedo a Sarah di raccontarmi una storia tra quelle che ha seguito. La sua voce trema quando dice: «La prima uscita me la porterò dentro per sempre». È stata la prima volta in cui ha accompagnato una donna lungo tutto il percorso, fino all’uscita dal tunnel. «Era una donna bellissima, ma con gli occhi vuoti. Una straniera arrivata da noi grazie alla sensibilità della maestra d’asilo di suo figlio, che una mattina l’ha presa per mano e accompagnata davanti a un manifesto con il nostro numero di telefono. Era lì, seduta davanti a me, con il suo dolore. Come quasi sempre accade al primo incontro, chiedeva aiuto per sopportare l’insopportabile».
Una storia “tipica”: donna straniera, uomo italiano, facoltoso, gentile. Il matrimonio come un sogno che si avvera, poi l’inizio del ciclo infinito tra violenza e pentimento. La nascita di un figlio, la paura che il bambino possa essere coinvolto. «Passo dopo passo, però, è tornata la consapevolezza di sé, la fiducia nelle proprie capacità, come una strada tortuosa che si fa largo nel buio dell’anima. Un guscio vuoto che lentamente riprende vita, fino alla decisione consapevole di riappropriarsi della propria esistenza».
Sarah racconta di averla rincontrata dieci anni dopo, per caso, per strada. «Era sempre bellissima, ma questa volta tutto era illuminato dalla luce dei suoi occhi. Non sono servite tante parole: una stretta di mano e un abbraccio sono bastati. Per me hanno significato tutto».
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Una lettura che mi ha emozionato, dalla quale traspare la sensibilità ma anche la fatica del prendersi cura in un contesto allo stesso tempo terribile (per gli eventi) e delicato (per la sofferenza sottostante ed espressa) e sul quale il riflettore non va mai spento.
Un ringraziamento va a Medea e a tutti coloro che si prendono cura delle donne, dei loro figli e del destino di entrambi.