Ex Ilva, la situazione è esplosiva

Parlare dell’ex Ilva significa denunciare l’ipocrisia di chi governa senza assumersi responsabilità.
Perché ciò che sta accadendo a Taranto, a Genova Cornigliano, a Racconigi, a Gattinara e a Novi Ligure non è un episodio isolato: è l’ennesimo capitolo del disastro sociale prodotto da decenni di privatizzazioni, incapacità politica e totale subalternità dello Stato agli interessi dei grandi gruppi industriali e finanziari.
La situazione è diventata esplosiva. I lavoratori sono in mobilitazione permanente, lo sciopero a oltranza è stato proclamato da Fim, Fiom, Uilm e Usb. Interi territori si stanno sollevando: a Genova gli operai dell’ex Ilva, di Ansaldo e Fincantieri hanno bloccato aeroporto, autostrada, persino il Ponte San Giorgio. A Novi Ligure i lavoratori hanno organizzato un presidio continuo davanti ai cancelli. A Taranto il rifiuto del cosiddetto “piano di morte” è unanime.
Le amministrazioni (di sinistra) con i sindaci, la  cittadinanza, le associazione hanno preso parte a queste manifestazioni.
Ebbene, mentre la parte migliore del Paese si mobilita, cosa fa il Governo? Convoca l’ennesimo tavolo, l’ennesima passerella, l’ennesimo teatrino al Mimit. Un governo che davanti alla sofferenza sociale si limita a giocare alla falegnameria, mentre i lavoratori chiedono risposte vere, investimenti, programmazione industriale, futuro.
Il ministro Urso continua a scaricare colpe sul passato, mentre consegna al presente un piano che non è un piano: è una via d’uscita per loro e un vicolo cieco per tutti noi. E non è un’opinione: sono i sindacati a definirlo “piano di morte”. Sono i lavoratori, che oggi dicono: “Meloni ci metta la faccia”. Sono gli operai sotto il sole e sotto la pioggia, ai cancelli, nei presìdi, a denunciare l’ipocrisia di chi parla di “Made in Italy” e poi lascia chiudere l’industria italiana.
  Questo governo sta conducendo il Paese verso la desertificazione industriale. E lo fa con una miscela di incompetenza e ideologia liberista che pagheremo per decenni se non la fermiamo.
L’ex Ilva non è solo un luogo di lavoro. È una filiera, una comunità, un nodo strategico per la siderurgia italiana. Se chiude Taranto, si spegne una città intera; se chiude Genova, cade uno dei pilastri dell’industria nazionale; se rallenta Novi Ligure, tutto il territorio novese — già fragile, già provato — sprofonderà in una crisi che colpirà l’indotto, il commercio, i trasporti, le famiglie, la coesione sociale.
Noi non accettiamo questa narrazione tossica secondo cui esisterebbe solo l’alternativa tra inquinare o chiudere. Questa alternativa l’ha creata chi ha privatizzato, chi ha tagliato, chi ha lasciato andare tutto in malora. Rifondazione Comunista, da anni dice che serve un grande intervento pubblico, che l’acciaio è strategico, che i posti di lavoro non sono numeri, ma vite, diritti, dignità.
Bisogna rilanciare con forza  la Nazionalizzazione immediata dell’ex Ilva
Lo Stato deve riprendersi ciò che è suo, ciò che è strategico e ciò che serve al Paese.
Zero licenziamenti. Zero riduzioni. Zero chiusure.
Le  tensioni sociali di cui parlano i sindacati non sono un incidente: sono il risultato dell’incertezza creata da chi governa. E la risposta a questa tensione non è reprimere né ignorare: è garantire il lavoro.
Siamo dalla parte di chi lotta, non di chi governa contro il lavoro.
Perché oggi, grazie alla determinazione di questi uomini e donne, il Paese vede un’Italia diversa: un’Italia che non si inginocchia, un’Italia che non accetta il ricatto tra salute e lavoro, un’Italia che rivendica produzione pubblica, pianificazione industriale, giustizia sociale.
Il Governo Meloni parla di patria, ma abbandona i suoi lavoratori. Parla di sovranità, ma la vende ai privati. Parla di futuro, ma consegna il Paese al declino. Ebbene, noi non ci stiamo.
Da  Novi Ligure a Taranto, da Genova a Racconigi, oggi la parola è una sola: resistenza.
L’ex Ilva deve vivere. I lavoratori devono essere tutelati. Le comunità devono essere difese. E Rifondazione Comunista sarà al loro fianco, nelle piazze, nei presìdi, nelle assemblee, sempre.
Perché non c’è progresso senza lavoro, non c’è giustizia senza intervento pubblico, non c’è futuro se chi governa lascia morire l’acciaio italiano mentre si riempie la bocca di slogan.
Robbiano Laura PRC

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Laura Robbiano

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