La sentenza del TAR Lazio sul servizio idrico sta alimentando un dibattito acceso, spesso confuso e in parte fuorviante. Tra cittadini e lavoratori del settore – non solo quelli legati al gruppo Acos – la domanda è una sola: che cosa succede adesso? Per provare a rispondere occorre partire dai contenuti reali della decisione, distinguendo i fatti dalle interpretazioni.
Un primo chiarimento è essenziale: la contrapposizione tra acqua “pubblica” e acqua “privata” non è il tema della sentenza. Portare la discussione su quel terreno significa spostare l’attenzione dal punto centrale, che è giuridico e amministrativo.
Il nodo principale riguarda l’affidamento del 2018, conferito dall’Egato 6 Alessandrino alla rete di imprese AGC. All’epoca presidente dell’ente era Gianfranco Baldi (centro destra), in quanto presidente della Provincia di Alessandria. La sentenza afferma che quell’atto non costituisce un titolo valido secondo la normativa vigente. Non viene contestato il comportamento di un singolo gestore, ma viene rilevato un vizio dell’atto dell’autorità d’ambito, che non ha individuato formalmente un gestore unico come richiesto dalla legge. In altre parole, il Tar “cristallizza” l’irregolarità dell’impianto complessivo, senza attribuire colpe operative a questo o quel soggetto.
Da qui discende il secondo punto, altrettanto centrale. La rete di imprese non equivale a un gestore unico. La presenza coordinata di Amag, Gestione Acqua e Comuni Riuniti Belforte, pur funzionando in modo integrato, non è considerata – alla luce degli orientamenti più recenti – come un unico soggetto titolare dell’affidamento. Tradotto in modo semplice: nessuno dei tre ha un titolo autonomo pienamente valido. Non si tratta quindi di uno scontro tra Gestione Acqua e gli altri, ma di una criticità che coinvolge tutti allo stesso modo.
In soldoni, la legge chiedeva un gestore unico reale, non tre gestori riuniti in una rete di imprese. Ma l’affidamento venne fatto con l’obbiettivo di fondere davvero i tre soggetti in uno solo. Fusione che non avvenne.
Il terzo elemento chiarisce dove stia la responsabilità principale. Il problema non è la natura giuridica dei gestori, ma la mancata individuazione, da parte dell’Egato, di un soggetto unico. Né la sentenza né la normativa impongono che il gestore debba essere interamente pubblico. La legge nazionale, il Ministero competente e ARERA non prevedono l’obbligo di esclusiva proprietà pubblica. Ciò che conta è che l’affidamento sia legittimo e che il soggetto individuato abbia una reale capacità industriale.
Sul fronte dei fondi PNRR, la situazione è più complessa ma altrettanto chiara. Sia Amag sia Gestione Acqua avevano ottenuto finanziamenti. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze si è detto disponibile a non bloccarne l’erogazione, a condizione che venisse risolto il problema del titolo di affidamento. Poiché l’Egato 6 doveva intervenire in tempi rapidi, ha evitato il ricorso a una gara pubblica – che resta la regola ordinaria – scegliendo un affidamento diretto transitorio, possibile solo verso un soggetto in house, cioè totalmente pubblico. È in questo contesto che Amag ha assunto la nuova denominazione di Sogeri, mantenendo la stessa partita IVA, con un affidamento limitato nel tempo fino al 31 marzo 2026, in attesa della nuova procedura. Quindi, non è stato creato nessun nuovo gestore, ma si è semplicemente cambiato nome.
Esiste però un vincolo decisivo: Sogeri (leggi Amag) dovrà completare gli interventi Pnrr al 31 dicembre 2025 e e rendicontarli entro il 2026, altrimenti i finanziamenti andranno persi. Questo rende l’affidamento “ponte” una soluzione obbligata, ma anche fragile e carica di conseguenze.
Da qui si arriva al vero nodo politico e strategico. L’Egato 6 dovrà definire il nuovo piano d’ambito e decidere a chi affidare circa 600 milioni di euro di investimenti. Le opzioni sono sostanzialmente due: un affidamento in house a un soggetto pubblico, come Amag/Sogeri – con il tema aperto della capacità industriale, cioè di realizzare gli investimenti promessi dal 2018 – oppure una gara a doppio oggetto, che unisca concessione e gestione operativa, consentendo la partecipazione di operatori industriali in grado di dimostrare solidità e rispetto degli impegni.
Il criterio decisivo, in questa prospettiva, non è ideologico, pubblico contro privato, ma la credibilità industriale nel sostenere un piano di investimenti di queste dimensioni. Solo successivamente si pone la scelta politica: comuni protagonisti diretti della governance di un bene strategico come l’acqua, oppure titolari di quote all’interno di una struttura più ampia.
La questione è, come vedete, molto complessa e non è semplice cercare di spiegarlo ai cittadini. Infatti, c’è chi ha cercato di inquadrare tutta la vicenda sul piano acqua pubblica o privata, che c’entra poco in tutta questa vicenda, se non per l’impossibilità di dare l’incarico in house, strada che è stata percorsa solo perchè non c’era più tempo per percorrerne altre, e non certo per tutelare la proprietà dell’acqua (che pubblica era e pubblica resta) o evitare profitti di speculatori, riuscendo così sopratutto a mettere in cattiva luce l’azienda novese. Insomma, la questione acqua pubblica o privata è solo un paravento dietro a cui si cerca di nascondere l’incapacità del sistema di trovare un accordo. Accordo che è sempre apparso lontano sopratutto perchè da un lato c’era un’azienda in grave difficoltà economica, e dall’altra un’azienda in buona salute.
Senza dimenticare che su tutto questo pesa, come un’ombra inquietante, la questione ancora aperta della perequazione. AGC aveva ottenuto da Egato una tariffa in base a cui avrebbe dovuto fare investimenti sula rete. Investimenti fatti in notevole misura da Gestione Acqua e in piccola misura da Amag. Il contratto di servizio prevedeva una perequazione, cioè chi aveva incassato di più dalla tariffa in quanto non aveva speso in investimenti, avrebbe dovuto “perequare” verso chi li aveva fatti. Fu proprio la questione della perequazione a fare saltare il tavolo che avrebbe portato alla fusione delle tre aziende.
In conclusione, la sentenza del Tar non è l’atto finale di una contesa tra gestori, ma l’apertura di una fase obbligata di chiarimento e decisione. È un passaggio che impone di guardare al futuro del servizio idrico in provincia di Alessandria con meno slogan e più consapevolezza delle scelte strutturali che attendono il territorio.
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