Il nuovo dossier di Greenpeace “Respirare PFAS” riporta Alessandria al centro del dibattito nazionale sull’inquinamento da sostanze perfluoroalchiliche e gas fluorurati. I numeri del Registro europeo PRTR mostrano un quadro senza precedenti: il Piemonte concentra il 76% delle emissioni italiane di F-gas e lo stabilimento Syensqo (ex Solvay) di Spinetta Marengo, da solo, nel 2023 ha prodotto il 55% delle emissioni nazionali. In sedici anni, nel solo Comune di Alessandria sono state rilasciate 2.828 tonnellate di PFAS: un valore superiore di quattordici volte a quello del secondo territorio più colpito, Venezia.
Di fronte a questi dati, due realtà attive sul territorio – Comitato Stop Solvay e Sinistra Italiana – intervengono con prese di posizione nette, convergenti nella denuncia della situazione, ma differenti nelle parole d’ordine e nelle strategie indicate.
Il Comitato Stop Solvay parla di «situazione ambientale gravissima» e individua in Solvay/Syensqo «l’unico e chiaro responsabile». Per il Comitato, non esistono ambiguità: «questo stabilimento deve essere chiuso». Una chiusura totale, non una revisione o modernizzazione degli impianti, perché «non esiste un livello accettabile di emissioni di composti come i PFAS quando sono in gioco la salute collettiva». I volontari denunciano le iniziative aziendali come «greenwashing», in particolare l’evento “Fabbriche Aperte” previsto per il 10 dicembre, e annunciano per il 2025 nuove assemblee, mobilitazioni e un’azione costante in vista del rinnovo dell’Autorizzazione Integrata Ambientale. Nessuna apertura alle eventuali compensazioni economiche offerte nell’ambito del processo per disastro ambientale colposo: «nessuna cifra può compensare anni di contaminazione». L’unico obiettivo dichiarato è la cessazione definitiva della produzione di PFAS.
Sinistra Italiana, da parte sua, utilizza toni altrettanto duri sul piano politico. Il segretario provinciale Eugenio Spineto sottolinea come la produzione di PFAS non si sia mai fermata «neppure davanti agli studi che mostrano un aumento nella morbosità e mortalità dell’area», né al ritrovamento del cC6O4 «a decine di chilometri dallo stabilimento». «Una multinazionale non si fermerà da sola», afferma Spineto: per questo la responsabilità passa alla politica, chiamata a una scelta «radicale». La richiesta è chiara: «fermare immediatamente le produzioni tossiche e avviare la bonifica». Nelle parole di Sinistra Italiana non compare esplicitamente la parola “chiusura”, ma la linea coincide con l’obiettivo di bloccare l’attività che genera emissioni e mettere in sicurezza il sito. Il partito rivendica un impegno a più livelli: l’europarlamentare Cristina Guarda che porta la questione in Europa, e la capogruppo in Regione Piemonte, Alice Ravinale, che denuncia la «totale insufficienza» delle politiche regionali su controlli e prevenzione. Per SI, il tempo delle «mezze misure» è finito: priorità assoluta alla salute pubblica, stop alle produzioni, bonifica immediata.
I due comunicati, pur provenendo da mondi diversi – l’attivismo radicale e l’azione politica istituzionale – tracciano una linea comune: i dati non consentono più rinvii. La distanza con la posizione dell’azienda, che parla di investimenti, sostenibilità e riduzione delle emissioni, appare ormai insanabile.
Il report di Greenpeace ha rimesso Alessandria al centro di un’emergenza ambientale che dura da decenni e che oggi, con numeri “fuori scala”, impone scelte nette. La pressione dal basso e quella delle forze politiche contrarie alla prosecuzione delle produzioni tossiche convergono in una richiesta precisa: interrompere ciò che avviene oggi nello stabilimento di Spinetta e avviare finalmente un percorso di bonifica e tutela della salute collettiva.
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