Raccontava Pampinea, nel primo dì delle novelle, che in una terra industriosa e trafficata — dove le strade eran tanto piene che più volte le galline dovean chiedere licenza ai carri per attraversarle — viveva una città fiera, la quale da tempo desiderava una via nuova per respirare un poco.
E poiché non voleva affidarsi a sogni né a miracoli, la città fece fare un disegno serio e ben misurato, da uomini che di strade s’intendevano davvero. Il disegno era pronto, i conti tornavano, mancavano solo le monete: cosa frequente, come ben sappiamo, nei regni degli uomini.
Ora avvenne che, mentre i reggitori della città discutevano dei bilanci e delle spese future, prese la parola un gentiluomo assai pratico di cappelli, che uno ne portava per la città, un altro per la provincia, e un terzo — sebbene invisibile — pareva averlo sempre pronto per le assemblee più alte.
Costui, con aria tra il dolente e il severo, rimproverò la città d’esser diventata litigiosa, d’aver preso l’abitudine di difendere troppo le proprie cose e, peggio ancora, di non saper stare al mondo con la dovuta morbidezza.
«E poi», soggiunse con un sorriso che pareva più una smorfia, «questa città va piangendo in giro per la sua stradella, come se le monete cadessero dal cielo a chi le chiede con voce più alta.»
A tali parole molti si guardarono l’un l’altro, chiedendosi in cuor loro da quando in qua il domandare d’una strada fosse divenuto lamento, e l’amministrare si fosse trasformato in pianto.
Ma il gentiluomo non era ancora pago, e subito spiegò — con la chiarezza che talvolta accompagna le verità più imbarazzanti — che se la città, un anno prima, avesse riposto l’ascia,
se avesse mostrato più dolcezza verso certi consessi e assemblee,
forse oggi non starebbe a sospirare per monete mancate.
E a conforto del suo dire alluse ad altri luoghi, più accorti nelle maniere, dove una parola detta al momento giusto e con il tono giusto aveva aperto porte e borse, almeno quanto bastava per cominciare a sperare.
Udendo ciò, alcuni compresero che in quella storia le strade contavano meno delle maniere, e che più del progetto valeva l’inchino.
Altri invece pensarono che una città che, per ottenere una via, deve prima domandare scusa d’aver difeso ciò che è suo, forse una strada la ottiene, ma a prezzo di smarrire la propria voce.
E questa è la morale, disse Pampinea sorridendo:
che non sempre chi non piange è superbo,
non sempre chi difende è rissoso,
e che vi sono tempi in cui le monete non premiano i progetti migliori,
ma le città che sanno piegarsi con più grazia.
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