Sebastiano Ardita a Novi Ligure: il ricordo di Fabio Garofalo e la sfida educativa contro le mafie

Sebastiano Ardita, procuratore aggiunto della Repubblica a Catania e da anni in prima linea nel contrasto alla criminalità organizzata, è stato ospite a Novi Ligure nell’ambito del Progetto Legalità promosso dall’Istituto «Ciampini Boccardo» e ideato dalla professoressa Valentina Avvento, in collaborazione con Libera. La sua presenza ha rappresentato un momento di alto valore civile per la città e per la comunità scolastica.

La serata pubblica si è svolta giovedì 27 novembre alla Biblioteca civica «G. Capurro», in un incontro aperto alla cittadinanza insieme a Giovanni Mercurio, vicepresidente dell’associazione ICS che si occupa, tra le altre cose, di educazione in carcere. In un incontro molto sentito dal pubblico presente, Ardita ha richiamato il ruolo decisivo della magistratura e delle forze dell’ordine, ma anche quello della società civile e della scuola, in un contesto in cui le mafie non sono affatto un ricordo del passato, bensì realtà che continuano a trasformarsi e a cercare spazi nelle pieghe dell’economia e delle istituzioni. L’intervento di Ardita si è soffermato particolarmente sui problemi della realtà carceraria di oggi, partendo dall’operazione “smartphone” che nei giorni scorsi ha fatto emergere la massiccia presenza e disponibilità di telefonini nelle carceri da parte dei detenuti. 

Prima dell’incontro con la cittadinanza novese, Ardita si è recato a Bosco Marengo in visita a Cascina Saetta, il primo bene confiscato alla mafia e restituito all’uso sociale.

Entrato in magistratura a 25 anni, Ardita ha iniziato la sua carriera alla Procura di Catania come sostituto procuratore, diventando poi componente della Direzione distrettuale antimafia, dove si è occupato di criminalità mafiosa, di corruzione e di infiltrazioni negli appalti pubblici. Dal 2002 al 2011 ha diretto il Dipartimento detenuti del Dap – Ministero della Giustizia, occupandosi del sistema carcerario e dei circuiti di alta sicurezza, per poi tornare in prima linea nelle procure di Messina e Catania. È stato componente togato del Consiglio superiore della magistratura e consulente della Commissione parlamentare antimafia, per la quale ha curato tra l’altro un importante lavoro sulle mafie a Catania. 

Il suo impegno pubblico passa anche attraverso la scrittura: tra i suoi libri più noti ci sono «Catania bene», in cui racconta intrecci e collusioni tra potere economico e criminalità organizzata nella sua città, e «Cosa nostra S.p.A.», che analizza la trasformazione della mafia in impresa, capace di muoversi tra finanza, appalti e grandi affari. 

In diverse occasioni Ardita ha denunciato il rischio che proprio il carcere diventi, se mal gestito, un luogo di «operazioni oscure», in cui decisioni e meccanismi opachi possano favorire la liberazione anticipata di detenuti per gravissimi reati di mafia. Un richiamo che si intreccia direttamente con il tema della responsabilità delle istituzioni e della necessità di regole chiare e trasparenti.

La mattina successiva all’incontro pubblico, Ardita è stato ospite dell’Istituto «Ciampini Boccardo», dove è stata intitolata un’aula alla memoria di Fabio Garofalo, giovane vittima innocente di mafia. È stato un momento particolarmente intenso: legare il nome di un ragazzo di 18 anni a uno spazio quotidiano di studio significa fare della memoria non un rito formale, ma una presenza viva nella formazione delle nuove generazioni.

Fabio Garofalo fu ucciso il 1° agosto 1993 a Santa Maria di Licodia, nel Catanese. Aveva 18 anni, era impegnato nel volontariato a favore degli anziani con l’Azione cattolica del paese e quella sera si trovava nella sala giochi «Papillon». Nel locale esplose una sparatoria legata a una resa dei conti tra estorsori: il vero obiettivo era il figlio del gestore, ma Fabio, testimone scomodo, venne colpito e ucciso. Le indagini della procura di Catania, in cui operava Ardita come magistrato della Dda, portarono all’arresto di esponenti dei clan responsabili di quell’omicidio, tra cui il titolare dell’esercizio commerciale accusato di concorso in omicidio e il killer indicato come esecutore materiale.

Durante la cerimonia di intitolazione, la storia di Fabio è stata ricordata non solo come vicenda giudiziaria, ma soprattutto come simbolo di una generazione negata: un ragazzo che stava semplicemente vivendo la sua vita, impegnato nel volontariato e nella comunità, strappato ai suoi affetti da una violenza che non lo aveva nemmeno scelto come bersaglio. Intitolare un’aula scolastica al suo nome significa chiedere agli studenti di non accettare l’idea che la mafia sia un destino fatalmente scritto nei territori, ma una struttura umana che può essere contrastata con scelte, leggi, indagini, ma anche con cultura, studio e partecipazione.

Dopo la cerimonia, Ardita ha incontrato gli studenti del «Ciampini Boccardo» per una conferenza sul tema della legalità e del contrasto alle mafie. Partendo dal suo percorso di magistrato e dall’esperienza maturata tra indagini antimafia e direzione del sistema penitenziario, ha spiegato come le organizzazioni criminali si siano evolute: meno coppole e lupare, più affari, appalti, riciclaggio e infiltrazioni nell’economia legale. Ha insistito sull’importanza di distinguere tra la retorica dell’«emergenza» e la concretezza del lavoro quotidiano: intercettazioni, indagini patrimoniali, sequestri di beni, ma anche protezione dei testimoni e dei collaboratori di giustizia.

Uno dei passaggi più significativi, in dialogo con le domande dei ragazzi, ha riguardato il ruolo dei giovani. Non solo come potenziali vittime, ma come protagonisti: nella capacità di riconoscere i linguaggi della violenza, di rifiutare le scorciatoie dell’illegalità, di difendere gli spazi pubblici e le istituzioni democratiche da chi prova a usarle per interessi privati. In questo senso, la figura di Fabio Garofalo, coetaneo di molti studenti presenti, diventa una memoria che interpella direttamente le loro scelte.

La presenza del sindaco Muliere alla serata pubblica e la collaborazione tra Libera, l’Istituto «Ciampini Boccardo» e il Progetto Legalità confermano la volontà di fare di Novi Ligure un luogo in cui la lotta alle mafie non è solo materia da convegni, ma pratica condivisa tra scuola, amministrazione e cittadinanza. Collegare la biografia di un magistrato come Sebastiano Ardita, abituato a confrontarsi con i vertici delle organizzazioni criminali, con la storia di un ragazzo come Fabio Garofalo e con le domande degli studenti novesi significa costruire un ponte concreto tra memoria, responsabilità istituzionale e partecipazione civica.

In quella aula intitolata a Fabio, ogni lezione di domani porterà con sé, silenziosa, la domanda che ha attraversato questi due giorni: che cosa possiamo fare, ciascuno nel proprio ruolo, perché nessun altro ragazzo venga ucciso semplicemente per aver visto troppo?

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andrea vignoli

Giornalista, scrittore, insegnante.

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