L’inchiesta antimafia “Alchemia” resta uno dei procedimenti più rilevanti degli ultimi anni per comprendere la presenza e l’operatività della ’ndrangheta tra Liguria e Basso Piemonte. Avviata nel 2016, l’indagine ha fatto emergere l’interesse delle cosche Raso-Gullace-Albanese e Gagliostro-Parrello per il Nord-Ovest, con particolare attenzione al settore imprenditoriale e agli appalti, inclusi quelli legati ai grandi cantieri infrastrutturali.
Nel primo grado di giudizio, celebrato a Palmi, Orlando Sofio, imprenditore novese di origini calabresi, e Marianna Grutteria, di Serravalle Scrivia, sono stati condannati per associazione a delinquere semplice, con l’esclusione dell’aggravante mafiosa: cinque anni e tre mesi per Sofio, tre anni per Grutteria. Una decisione che ha segnato una linea di confine netta tra la tesi dell’accusa e quella accolta dal tribunale, pur riconoscendo un contesto criminoso strutturato.
La Procura distrettuale antimafia non ha però archiviato il capitolo. L’appello, iniziato nel 2021 davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria, è ormai alle battute finali e rappresenta oggi il vero snodo della vicenda. Nelle udienze più recenti, anche attraverso le deposizioni dei funzionari della Dia, è stato ribadito che Sofio sarebbe stato «uomo di fiducia» di Carmelo Gullace, figura apicale della cosca Raso-Gullace-Albanese, con un legame risalente almeno alla metà degli anni Novanta. È su questo punto che l’accusa insiste per ottenere il riconoscimento del 416 bis, ritenendo Sofio e Grutteria non semplici imprenditori contigui, ma ingranaggi funzionali al sistema ’ndranghetista.
Parallelamente al processo penale, pesa il filone delle misure di prevenzione. Nel 2021 il Tribunale di Reggio Calabria ha disposto la confisca di beni e disponibilità finanziarie riconducibili a Sofio e Grutteria, per un valore complessivo stimato in circa due milioni di euro. Un dato non secondario, perché conferma come, al di là dell’esito del primo grado, la pericolosità sociale dei soggetti sia stata ritenuta attuale sul piano patrimoniale.
Nel quadro ricostruito dagli investigatori, un ruolo centrale è attribuito alla Euroservizi, società formalmente intestata a Grutteria, attiva nei servizi di pulizia, bonifiche e smaltimento rifiuti, e indicata come ambito operativo condiviso con Sofio. Proprio da questo contesto emergono i riferimenti agli appalti legati al Terzo Valico, con l’interesse delle cosche per subappalti e forniture, interesse che – secondo quanto ricordato in aula – sarebbe stato già intercettato dalle indagini prima del blitz del 2016.
Un passaggio rilevante, tornato più volte nel dibattimento d’appello, riguarda anche i rapporti con Sergio Romeo, imprenditore novese condannato in via definitiva, insieme a Bruno Pronestì, per associazione mafiosa in un diverso procedimento che ha accertato l’esistenza di una “locale” di ’ndrangheta nel Novese. Il nome di Romeo compare come elemento di collegamento territoriale: non come imputato nel processo Alchemia, ma come figura già giudiziariamente definita, utile agli inquirenti per ricostruire reti relazionali e ambienti di riferimento in cui si sarebbero mossi Sofio e Grutteria.
È proprio questo intreccio – tra rapporti personali, attività economiche e contatti con soggetti già condannati per mafia – a costituire il cuore dell’appello. Le difese contestano la lettura dell’accusa, mentre la Procura insiste sulla continuità dei legami e sulla funzione svolta dagli imputati a beneficio delle cosche.
Con le requisitorie ormai imminenti, il processo si avvia alla conclusione. L’esito dell’appello dirà se la vicenda resterà confinata nell’alveo dell’associazione a delinquere o se verrà riconosciuta, anche sul piano penale, quella matrice mafiosa che l’antimafia continua a indicare come chiave di lettura dell’intera operazione Alchemia.
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