Le città muoiono quando smettiamo di crederci

Il 2026 si è aperto con alcune brutte notizie per il tessuto commerciale del Novese. Nelle ultime settimane è arrivata la conferma della chiusura definitiva di attività più o meno storiche: il vivaio Provini in via Mazzini, l’edicola di piazza XX Settembre, il ristorante cinese Feng in corso Piave a Novi Ligure. A Serravalle Scrivia, invece, hanno abbassato le saracinesche due luoghi che facevano parte della memoria collettiva: l’osteria dei Tre Scalini e la gastronomia Rava.

L’elenco non pretende di essere completo. Qualche chiusura sarà sicuramente sfuggita. Ma il susseguirsi di notizie di questo tipo alimenta una sensazione diffusa: sta davvero avvenendo una “strage” di attività commerciali oppure ci troviamo di fronte a un fenomeno più complesso, in parte fisiologico?

Per provare a rispondere servirebbe uno studio serio, capace di andare oltre l’emotività del momento e di indagare le cause reali delle chiusure. Mancanza di redditività, costi crescenti, calo della clientela, ma anche fattori anagrafici: molti esercizi cessano l’attività quando i titolari raggiungono un’età in cui non se la sentono più di continuare. Non è raro che, prima della chiusura definitiva, i locali restino a lungo in vendita senza che nessuno si faccia avanti per rilevarli. Se non c’è ricambio e non c’è subentro, alla fine la serranda si abbassa.

C’è poi un paradosso che colpisce molti cittadini. Tutto questo avviene in un territorio che ospita una delle principali attrazioni turistiche d’Italia: l’outlet di Serravalle, secondo per numero di visitatori solo al Colosseo. Eppure questa enorme massa di persone non sembra tradursi automaticamente in vitalità per i centri urbani vicini, né in nuove opportunità per il commercio locale.

I social network, nel frattempo, restituiscono un altro pezzo del quadro. Da un lato la nostalgia per una Novi del passato, con il centro storico pieno di negozi e di persone. Una nostalgia comprensibile, ma che spesso dimentica due elementi decisivi: allora i grandi centri commerciali non esistevano e la curva demografica era opposta a quella attuale. La città era più giovane, oggi è tra le più anziane del Paese. Dall’altro lato, sui social circolano giudizi durissimi: una città descritta come deserta, trascurata, insicura, addirittura “in mano a bande di immigrati”. Una rappresentazione che, al di là delle legittime critiche su problemi reali, finisce per diventare un boomerang.

Se una città viene raccontata ogni giorno come un luogo da evitare, non sorprende che molte persone preferiscano rifugiarsi nei centri commerciali, soprattutto nei periodi di saldi. I grandi poli dello shopping, del resto, fanno bene il loro lavoro: comunicano un’immagine patinata, rassicurante, popolata di persone sorridenti ed eleganti. È marketing puro. Ma se, nel frattempo, noi stessi continuiamo a denigrare il centro urbano, diventa quasi inevitabile che venga percepito come meno attrattivo.

Questo meccanismo colpisce soprattutto chi un’attività a Novi ce l’ha ancora, prova a resistere e a lavorare bene, e si trova a combattere non solo con le difficoltà economiche, ma anche con una narrazione costantemente negativa della città. Spesso le stesse persone che ripetono che “a Novi non c’è nulla” o che “non si può più uscire di casa” sono poi quelle che si indignano quando un negozio chiude.

Emblematico, in questo senso, è il caso del ristorante Feng, il primo ristorante cinese di Novi. Oggi in molti ne piangono la chiusura, ma chi ha buona memoria ricorda che al momento dell’apertura non mancarono diffidenze e opposizioni, perché troppo “straniero” e lontano dalle tradizioni locali. Prima si respinge, poi si rimpiange.

Che fare, allora? Probabilmente non esistono soluzioni semplici o immediate. Ma un primo passo potrebbe essere quello di riappropriarsi della città, fare pace con Novi. Non sarà la città più bella del mondo, non è esente da problemi, ma resta un luogo dove vale la pena vivere, passeggiare, entrare in un negozio, sedersi a un tavolo. Raccontarla solo come un posto perduto non aiuta a salvarla.

Forse dovremmo cominciare da gesti piccoli ma concreti: scegliere il centro per un acquisto, parlare bene di un’attività che funziona, evitare di alimentare paure generalizzate. Anche un post sui social che racconta una Novi viva, normale, abitabile può fare la sua parte. Perché le città non muoiono solo quando chiudono i negozi: muoiono anche quando smettiamo di crederci.

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andrea vignoli

Giornalista, scrittore, insegnante.

Un commento su “Le città muoiono quando smettiamo di crederci

  1. Servirebbe una buona dose di spirito di iniziativa.
    I negozi chiudono .. o non aprono.
    Ecco, andrebbero analizzate le componenti principali che permettono la gestione di una attività:
    – affitto;
    – eventuale plateatico (per i locali)
    – bollette
    – viabilità facilitata.

    Se punto per punto, ci si andasse a domandare se e’ stato fatto o si fa tutto il possibile per agevolare le attività di novi, la risposta e’ quasi sicuramente NO.

    Il centro storico (e i suoi palazzi) sono di proprietà di discententi di personaggi più o meno illustri della novi di un tempo.
    Piuttosto che chiedere affitti astronomici (nel buon nome dei tempi in cui forse c’era ancora la Standa) .. dovrebbero “scendere” dal piedistallo… e dire: meglio poco, ma vivo.
    Affittare a prezzi bassi, evita la de geolocalizzazione dei negozi in angoli sperduti della città (magari in zone poco trafficate ma dove gli affitti costano nulla).

    Poi, parlando di attività quali bar, ristorantini o punto pizza ? .. costretti ad aprire in piccoli locali (per contenere i costi degli affitti di cui sopra) ovviamente sfrutterebbero volentieri l’esterno per ampliare i loro posti a sedere fruibili …. Ma ovviamente questo comporterebbe costi per plateatico ecc ecc. , costruzione dehor , eliminazione temporanea parcheggi ecc.
    ecco, se l’amministrazione in quei casi facesse dei “temporanei” condoni (al fine di garantire un po’ di vitalità) non sarebbe male.

    Per le bollette … Be’ li non dipende da Novi … ma sappiamo tutti quale mazzata possano infliggere.
    Ma l’unica in cui forse il comune ha un peso diretto .. e’ la Tari. Buchi di negozi con spazzatura quotata quanto un palazzo.
    Praticamente istigazione a delinquere..

    Mentre l’ultimo punto .. e’ un gatto che si morde la coda: si vuole limitare il passaggio auto estendendo la ZTL per rendere il centro storico “più vivibile” .
    Così le attività he necessitano di trasporti, passaggio auto e consegne continue, si trovano di fatto “castrate” .
    Quindi chiudono e si spostano…
    Con il risultato che il centro storico “muore” … e quindi di fatto .. la vitalità svanisce.
    E con essa la necessità di una ZTL così stringente.

    Le azioni da intraprendere non sarebbero quindi tantissime …
    Sicuramente darebbero un po’ di spinta per una lenta ripartenza

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