Alessandria non è solo una città della Pianura Padana; è il “ground zero” di un esperimento biochimico non autorizzato sulla pelle dei suoi cittadini. Le recenti e puntuali denunce di Michela Sericano, attivista in prima linea nella battaglia contro i PFAS, hanno, una volta di più, richiamato alla responsabilità in grado di negare la rassegnazione che per decenni ha avvolto il polo chimico di Spinetta Marengo.
Le sue dichiarazioni sono l’urlo documentato di una comunità che sta scoprendo, analisi del sangue alla mano, di essere stata trasformata in un serbatoio di “inquinanti eterni”.
I dati sono agghiaccianti: la presenza di PFOA e dei nuovi PFAS (come il cC6O4) nel sangue dei residenti e nelle falde acquifere non è un incidente di percorso, ma il risultato di un sistema industriale che ha eletto il profitto a unico dogma, sacrificando la salute pubblica sull’altare della continuità produttiva.
Non esiste una soglia di sicurezza accettabile quando si parla di sostanze che interferiscono con il sistema endocrino, compromettono la fertilità e aumentano il rischio di patologie oncologiche. Ad Alessandria il limite è già stato ampiamente superato dal buonsenso prima ancora che dalla legge.
Tuttavia, la tragedia locale si scontra con una farsa nazionale. Mentre l’Europa tenta faticosamente di tracciare una rotta verso il “PFAS-free”, l’Italia si distingue per un atteggiamento che definire complice è un eufemismo.
Le deroghe concesse dal governo italiano sui limiti dei PFAS nelle acque potabili e negli scarichi industriali rappresentano un tradimento istituzionale senza precedenti. Invece di adottare il principio di precauzione sancito dai trattati UE, Roma ha scelto la via del rinvio e della diluizione normativa.
È inaccettabile che nel 2026 si debba ancora discutere se sia opportuno o meno monitorare ogni singola molecola di questa famiglia chimica.
Le deroghe non sono “necessità economiche”, ma licenze di inquinare concesse a colossi industriali che hanno già dimostrato di non saper (o voler) gestire l’impatto ambientale delle proprie produzioni. Permettere che i limiti europei vengano ignorati o posticipati significa condannare territori come quello alessandrino a un’agonia ambientale infinita.
La politica italiana sta giocando a dadi con il DNA dei cittadini. Ignorare gli allarmi della comunità scientifica per proteggere gli interessi di pochi è un atto di miopia criminale.
Alessandria chiede bonifiche vere, non pannicelli caldi normativi. Chiede che il diritto all’acqua pulita e alla salute non venga sacrificato in nome di una deroga ministeriale scritta sotto dettatura delle lobby della chimica. Se lo Stato non interviene ora per fermare l’emorragia di veleni, si renderà responsabile del più grande disastro sanitario silenzioso della storia repubblicana. È ora di dire basta: i PFAS devono restare fuori dai nostri corpi e fuori da leggi inefficaci e derogatorie.
Alberto Deambrogio
Segretario regionale PRC-SE per il Piemonte
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