Il presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio, presenta il piano “Una famiglia, una casa” come una misura coraggiosa a sostegno della natalità. Mille alloggi pubblici ristrutturati entro il 2026, affitti a 150 euro al mese, priorità alle giovani coppie con figli. Ma dietro lo slogan si nasconde una scelta politica precisa: escludere chi è già nelle graduatorie dell’emergenza abitativa.
In Piemonte migliaia di persone aspettano da anni una casa popolare. Famiglie sfrattate, lavoratori con stipendi insufficienti, anziani soli, nuclei con disabilità. Persone che hanno seguito le regole, presentato domande, accumulato punteggi. Ora si vedono scavalcate da una nuova corsia preferenziale creata per legge.
Non è una politica strutturale per la casa: è una redistribuzione selettiva del disagio. Si prendono alloggi pubblici – patrimonio di tutti – e si decide che una fragilità vale più di un’altra. È una competizione tra poveri costruita dall’alto.
Il paradosso è che in Piemonte oltre 3 mila alloggi regionali risultano sfitti perché non abitabili. Il vero scandalo è questo: anni di mancata manutenzione, patrimonio lasciato degradare mentre le liste d’attesa si allungano. Oggi si trovano 36 milioni per mille case, ma non si affronta il problema complessivo.
La natalità non si sostiene creando graduatorie parallele. Si sostiene con lavoro stabile, servizi, welfare, politiche abitative che aumentino davvero l’offerta per tutti. Altrimenti resta propaganda.
La casa pubblica deve rispondere all’emergenza sociale, non diventare uno strumento di consenso. Mettere in concorrenza due fasce deboli non è una soluzione: è una scelta divisiva.
Robbiano Laura PRC
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Un commento su ““Una famiglia, una casa”, ma non per tutti”
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Che tristezza . Brava Laura