C’è una frase che non mi torna nel dibattito di questi giorni sull’ex sottosegretario dalla giustizia. L’ha detta Andrea Delmastro, l’hanno rilanciata le agenzie, la si ritrova nelle interviste: «la mia storia dimostra il mio impegno antimafia». È una dichiarazione forte, che vuole spostare il confronto dal caso concreto alla biografia complessiva. Ed è proprio per questo che merita di essere presa sul serio, ma anche interrogata fino in fondo.

Perché quando si parla di antimafia, in Italia, si entra in un terreno molto preciso. Non è una parola generica, non è un’etichetta. È fatta di atti, di scelte, di ruoli pubblici riconoscibili: indagini, denunce, iniziative legislative, impegni sul territorio, percorsi che lasciano tracce evidenti. Per questo la domanda nasce quasi automaticamente: quale sarebbe, nel caso di Delmastro, questa “storia antimafia”? Non è una provocazione, è una richiesta di chiarezza. Se esiste, dovrebbe essere raccontabile con fatti concreti, facilmente individuabili nel percorso pubblico.

Delmastro richiama il suo ruolo istituzionale, la linea dura sul carcere, il lavoro sul sistema penitenziario, quindi anche sul 41-bis. Cita la scorta, accenna a possibili minacce. Sono elementi che, presi singolarmente, hanno un peso. Ma messi insieme non costruiscono automaticamente una storia antimafia nel senso pieno del termine, almeno non nel modo in cui questa espressione è stata storicamente intesa nel nostro Paese. Restano elementi di contesto, non episodi distintivi.

Il punto diventa ancora più delicato se si guarda alla vicenda che ha portato alle dimissioni. Perché mentre si rivendica una coerenza antimafia, emergono rapporti societari che raccontano un’altra storia: quella di una frequentazione, quantomeno indiretta ma non irrilevante, con ambienti che con la legalità hanno più di un problema. In altre parole, mentre si invoca una distanza netta dalla criminalità organizzata, la cronaca restituisce l’immagine di una prossimità che, anche solo sul piano dell’opportunità, appare difficile da conciliare. E sì, a un certo punto la questione diventa anche quasi ironica: perché mentre si parla di antimafia, si scopre che a tavola con quel mondo ci è finito davvero.

È qui che si apre lo scarto più evidente, quello tra narrazione e realtà. Rivendicare una “storia antimafia” significa chiedere fiducia su un’identità, ma in politica la credibilità si misura sulla riconoscibilità dei fatti. Se quella storia esiste, dovrebbe emergere con chiarezza, senza bisogno di essere evocata ogni volta come argomento difensivo. Se invece resta sullo sfondo, non definita, non documentata in modo evidente, allora il rischio è che diventi una formula, più che un percorso.

Mi pare che nessun giornalista abbia chiesto a Del Mastro di che storia stia parlando. Magari qualcuno l’ha fatto, ma non ha ricevuto risposte. Quindi, per quel che vale, provo a chiedere io di togliermi la curiosità: quale sarebbe la “storia antimafia” di questa persona? Persona che si è dimessa da sottosegretario, ma resta pur sempre un parlamentare.

Ti è piaciuto questo articolo? Offrici un caffè con Ko-Fi

Segui il moscone su Telegram per ricevere una notifica ogni volta che viene pubblicato un nuovo articolo https://t.me/ilmoscone

Visited 1 times, 1 visit(s) today

Di andrea vignoli

Giornalista, scrittore, insegnante.

Un pensiero su “Delmastro, mi spiega questa “storia antimafia”?”
  1. Comprendo e apprezzo l’impegno nel chiedere chiarimenti, per capire e nello stesso tempo informare, purtroppo, si tratta di una delle numerose pagine tristi della Repubblica e, ancora più, di questo Governo.

I commenti sono chiusi.

WP2Social Auto Publish Powered By : XYZScripts.com

Contact Us