C’è un’espressione che negli ultimi anni ha colonizzato il linguaggio comune con una rapidità quasi sospetta: “senza se e senza ma”.
La si sente ovunque. Difendere senza se e senza ma. Sostenere senza se e senza ma. Schierarsi senza se e senza ma. È diventata una sorta di certificato di coerenza: più espungi il dubbio, più sembri solido, deciso, affidabile. Una formula semplice, replicabile, contagiosa; “virale”, come si dice oggi. Ma come tutte le formule che funzionano troppo bene nel dibattito pubblico, finisce per diffondersi, ripetersi e, infine, svuotarsi.
In realtà, quei due piccoli elementi – i “se” e i “ma” – sono esattamente ciò che distingue un pensiero da uno slogan. Sono il luogo del dubbio, della complessità, perfino del rispetto verso chi la pensa diversamente. Proprio per questo, oggi, danno fastidio.
L’ho vissuto direttamente in questi giorni, durante la campagna referendaria novese sulla riforma della magistratura. In un clima che cercava necessariamente lo scontro tra tifoserie, una posizione improntata al dialogo più che alla contrapposizione è stata faticosa da far digerire.
È sintomatico quanto accaduto nell’articolo di Panorama di Novi dedicato ai risultati: mi era stata erroneamente attribuita, con una certa disinvoltura, un’appartenenza al comitato del SÌ. Ora, errare è umano e l’errore è stato prontamente corretto — di questo ringrazio il Direttore Piero Vernetti — ma resta il dato politico e culturale: di fronte a una posizione articolata, il riflesso condizionato è quello di ricondurla a uno schema binario. Da che parte stai?
Dire “ho votato NO, ma…” sembra quasi un errore di sistema. Quel “ma” disturba la narrazione. Va eliminato, corretto o riassorbito nel coro. Eppure è proprio in quella congiunzione che risiede la verità delle cose.
Si può ritenere che la separazione delle carriere abbia un fondamento giuridico serio e, allo stesso tempo, non condividere questa specifica riforma. Si può riconoscere la buona fede e le argomentazioni rispettabili di chi ha votato SÌ. Si possono avere dubbi sul metodo, sul contesto o sulle finalità politiche della maggioranza al governo, senza per questo trasformare il confronto in una guerra di trincea.
Ma questo tipo di posizione è fragile nel “mercato delle opinioni”. Non si presta agli slogan, non fa rumore, non genera clic facili. E allora viene semplificata. A volte piegata. Nel caso migliore, ridotta; nel peggiore, travisata. Perché oggi il vero nemico non è il dissenso: è la complessità.
La complessità rallenta, obbliga a spiegare, non si adatta alla velocità dell’informazione “mordi e fuggi”. È molto più efficace costruire un fronte, individuare un avversario e togliere di mezzo ogni sfumatura. Se poi la realtà non è abbastanza netta, la si aggiusta con un colpo d’accetta.
Il rischio, però, è evidente: quando si eliminano i “se” e i “ma”, non si ottiene chiarezza, ma solo distorsione.
Io continuo a pensare che valga la pena difenderli, quei piccoli dubbi. Non per indecisione, ma per onestà intellettuale. Perché è nei “se” e nei “ma” che si trova lo spazio per capire prima di giudicare, per distinguere senza dividere, per discutere senza dover per forza combattere.
E, soprattutto, per evitare che qualcun altro decida al posto tuo da che parte devi stare
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Concordo con lo schema del ragionamento in linea di principio ma inevitabilmente non si può ignorare il rovescio della medaglia, ovvero quanto complessità e contestualizzazioni negli ultimi tempi siano state spesso l’argomento più efficace per intorbidire il dibattito e rendere sfumate anche questioni che sfumate non lo erano per nulla. Senza giri di parole, una su tutte: la guerra scatenata dall’invasione russa nei confronti dell’Ucraina. Il tema della riforma della Giustizia è estremamente complesso dal punto di vista tecnico ma non per questo meritava di essere ridotto a mero scontro tra curve e non tanto sulla questione riforma sì o riforma no, quanto sulla traduzione delle due posizioni – oltremodo stupida giacché priva di qualunque fondamento – in altrettante aree di appartenenza politiche e/o pro o contro il governo in carica. Di riformare la giustizia e separare le carriere di Giudici e Pubblici Ministeri si discute da decenni e non è un caso che nessun governo, né di destra né di sinistra, sia mai riuscito a portarne a termine il percorso ma quel che è certo è che sia gli uni che gli altri ci abbiano provato, reputandolo un passo doveroso e necessario. A mio modo di vedere, proprio come nel caso della guerra in Ucraina, compiere questo passo, ovvero scegliere da che parte stare, sarebbe stato molto più importante e prioritario di qualunque altra considerazione. Dal referendum sulla Giustizia non sono usciti vincitori né governo né opposizione, né sinistra né destra, né “comunisti” né “fascisti”, per usare quel lessico che anni di linguaggio social sempre più triviale ha trasformato ormai in standard di (in)civiltà. I veri e unici vincitori del referendum sulla giustizia sono stati i Pubblici Ministeri e una certa cultura giustizialista trasversale e nemmeno troppo strisciante per non dire diffusa. Per un Paese che voglia basare la propria identità sullo Stato di Diritto e sul garantismo, è stata una sconfitta di tutti i cittadini.
Sindaco Rocchino Muliere, mi rivolgo a lei. ci spiegherà un giorno perché ha deciso di utilizzare il manuale Cencelli invece di ascoltare quello che il popolo ha decretato alle urne? Ce lo spiegherà ? Non lamentiamoci se poi alla fine i cittadini non vanno più a votare. I cittadini hanno scelto. Hanno scelto nuovamente lei ma hanno dato indicazioni precise “a lei” su chi puntare. Va bene che lei ha potere decisionale più di chiunque altro ma ha stravolto tutto. Se un Sindaco non ascolta il suo popolo è destinato a far niente oppure al massimo il compitino, ma questa città ha bisogno di ben altro che fare il compitino. E il cittadino non lo si ascolta solo il Mercoledì mattina.
La prego,non le si chiede chissà che cosa ma abbia il coraggio di spiegarci almeno il perché.