Alessandro Reale

Non è stata solo una bocciatura tecnica. Dietro il 53% che ha fermato la separazione delle carriere c’è un mix di “patriottismo costituzionale”, risveglio giovanile e un primo segnale d’allarme per il Governo. L’analisi di un voto che ha smentito i sondaggi. 

I sondaggi alla vigilia del Natale passato raccontavano un’altra storia, quella di un “Sì” schiacciante, quasi scontato. E invece l’urna ha restituito un verdetto diverso: la riforma costituzionale sulla giustizia voluta dal governo Meloni non passerà. Con oltre 15 milioni di voti (53%), il fronte del No ha vinto la sfida, lasciando il SI al 47%. 

Ma ridurre tutto a una conta tra partiti sarebbe un errore. Quello che è successo nelle ultime settimane è un fenomeno che merita di essere osservato da vicino, perché racconta un’Italia meno apatica di quanto pensassimo. 

Il “miracolo” dell’affluenza 

Il primo dato che salta all’occhio è la partecipazione: quasi 6 elettori su 10 si sono recati ai seggi. È la seconda affluenza più alta di sempre per un referendum costituzionale. Certo, non siamo ai livelli degli anni ’90, ma il segnale è chiaro: quando la posta in gioco tocca i valori civili, gli italiani rispondono. 

Il dato più sorprendente? Il voto dei giovani. Non sono stati mossi da interessi diretti o tecnicismi giuridici, ma da una spinta ideale. Molti di loro, insieme a quel 10% di elettori che non aveva votato alle Europee, hanno scelto di esserci. La politica dei “contenuti ideali” sembra ancora capace di battere quella delle clientele e delle promesse amministrative, spesso disattese, che attraggono ormai meno del 50%. 

Perché il “SI” è crollato? 

Solo due mesi fa, il SI era dato sopra il 60%. Cos’è cambiato? Non è stata solo una questione di “studio” del quesito. È scattato qualcosa di più profondo. Da un lato, una campagna del No molto efficace, partita dal basso e dal web, che ha trasformato la sfida in una missione: difendere la Costituzione

Dall’altro, l’effetto “boomerang” della personalizzazione. Quando Giorgia Meloni è scesa in campo in prima persona per blindare la riforma, ha acceso l’interruttore di quel 1/3 di elettorato che ha votato per dare un segnale politico contro il Governo. Anche il clima internazionale — tra l’ombra di Trump e i venti di guerra — ha spinto molti a cercare stabilità invece di grandi strappi costituzionali. Insomma, per gli italiani la Costituzione è ancora una “casa sicura”, specie in un clima di incertezza quale quello di oggi. 

Le prime crepe nel Centrodestra 

Per la maggioranza, il dato più amaro arriva dall’interno. Persino in Forza Italia, la casa del garantismo berlusconiano, più di un elettore su dieci ha votato No. 

Secondo l’analista Lorenzo Castellani, siamo di fronte a una “prima crepa”. Dopo una lunga fase di ascesa e una successiva stabilizzazione, il consenso del centrodestra sembra mostrare i primi segni di logoramento. Non significa necessariamente un travaso di voti verso la sinistra, ma indica un malcontento latente: una parte di elettorato non è disposta a firmare “deleghe in bianco” su riforme che toccano i pesi e contrappesi del potere. A ciò si aggiunge che la fase ascendente del Governo Meloni, la così detta “luna di miele” sembra ormai alle porte. 

Cosa resta oggi? 

Il referendum si chiude con un’Italia che si conferma un Paese europeo “di tendenza opposta” rispetto ai sovranismi più radicali. Sarà stata anche “l’indignazione” nei confronti delle recenti mosse del Presidente Trump, che ha spinto più di uno a dire qualcosa, a non restare a casa. Sta di fatto che “un grande paese” dell’Europa occidentale, l’Italia appunto, ha bocciato il governo più trumpiano d’Europa insieme all’Ungheria. Questo è un chiaro segnale, non di poco conto, evidenziato da tutta la stampa internazionale. 

Insomma: la separazione delle carriere resta nel cassetto, ma il vero risultato è il messaggio inviato dai cittadini: la Costituzione non si tocca a colpi di maggioranza, e il “sentire” dei giovani è una variabile che nessuno, d’ora in poi, potrà più ignorare. 

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