Luca Patelli

Come ho avuto modo di illustrare nel mio precedente intervento qui su Il Moscone, in cui ho provato a dare una mia lettura dei rischi di una riforma che mina l’indipendenza della magistratura, la mia posizione verso la consultazione del 22 e 23 marzo resta di assoluta e convinta contrarietà. Voterò NO perché ritengo che quella proposta, tra le tante criticità, tradisca l’equilibrio tra i poteri dello Stato. Proprio la rilevanza della posta in gioco mi spinge oggi a riflettere su un paradosso logistico che in Italia appare ormai anacronistico.

Prima di ogni critica organizzativa, va ribadito un punto fermo: andare a votare resta la priorità assoluta. Il voto è lo strumento più potente che abbiamo per determinare la visione del nostro Paese e partecipare non è solo un diritto, ma un dovere morale verso chi ha lottato per garantirci questa libertà. Proprio perché il voto è così prezioso, non dovrebbe essere accompagnato dal senso di colpa o dal disagio di migliaia di genitori che, per alcuni giorni, devono destreggiarsi tra turni di lavoro, nonni precettati e soluzioni dell’ultimo minuto.

Utilizzare le scuole come seggi elettorali è una prassi che affonda le radici in un’Italia che non esiste più. Nel 2026, fermare l’attività didattica significa interrompere il percorso educativo dei bambini e creare un danno economico e sociale invisibile ma profondo. Il messaggio che rischiamo di mandare è pericoloso: come se l’istruzione fosse un servizio accessorio, sacrificabile alla prima necessità logistica dello Stato. Non è una questione di impossibilità, ma di volontà politica. Esistono migliaia di strutture pubbliche alternative che potrebbero ospitare le urne senza intaccare il calendario scolastico: dai centri civici alle palestre, dalle sale comunali agli uffici pubblici, fino agli immobili demaniali.

Spostare i seggi fuori dalle aule non significa sminuire il voto, ma nobilitarlo, inserendolo nel tessuto della città senza che esso entri in conflitto con la vita delle famiglie e con il diritto allo studio.

Senza dimenticare che il calendario scolastico andrebbe, a mio avviso, riformato per trasformare la scuola da un rigido “ufficio stagionale” a un moderno presidio sociale, capace di garantire continuità educativa ai ragazzi e un supporto reale, e non solo emergenziale, ai ritmi di vita delle famiglie.

Una democrazia matura deve saper guardare avanti. Investire nella politica significa anche investire nell’efficienza della sua organizzazione. Non possiamo chiedere ai cittadini di avere visione se, per primi, non siamo in grado di organizzare un seggio senza bloccare la quotidianità di un intero quartiere.

Il 22 e 23 marzo dobbiamo correre alle urne per far sentire la nostra voce e partecipare, ma dobbiamo anche pretendere che questa sia l’ultima volta in cui un bambino debba restare a casa da scuola perché lo Stato non ha saputo trovare un’alternativa moderna. Tornare a votare è il primo passo per costruire un Paese migliore; smettere di chiudere le scuole per farlo sarebbe il secondo, altrettanto importante.

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