Sessant’anni. Un’età che, nella vita, dovrebbe essere sinonimo di autorevolezza. Nel lavoro, invece, rischia di diventare una specie di password sbagliata: la inserisci e il sistema ti respinge con un messaggio educato ma definitivo.
Provate a immaginare cosa significa rimettersi a cercare lavoro dopo quarant’anni di attività. Non parliamo di una sprovveduta. Parliamo di una donna che ha attraversato riforme, cambi di contratto, ristrutturazioni aziendali, fusioni. Una che ha imparato a usare ogni nuovo programma imposto dall’alto, spesso insegnandolo poi ai colleghi più giovani. Una che ha sempre fatto il suo dovere, con quella serietà un po’ fuori moda che non finisce su Instagram.
E poi, un giorno, eccola lì. Curriculum aggiornato. Data di nascita che pesa come un macigno digitale.
Le leggi dicono che non si può discriminare per età. Le leggi lo scrivono con parole solenni. Eppure la realtà è più creativa della normativa. Non si dice mai: «È troppo grande». Si preferisce: «Cerchiamo un profilo in linea con la cultura aziendale». Oppure: «Il ruolo richiede grande adattabilità». Come se a sessant’anni ci si muovesse solo con il bastone o il deambulatore.
Ci sono poi quelle norme che dovrebbero aiutare. Incentivi, agevolazioni, percorsi di reinserimento. Peccato che spesso funzionino come i saldi: validi solo per alcune taglie. Troppo giovane per essere considerata «vicina al pensionamento» e accedere a certe misure. Troppo «matura» per rientrare nelle categorie premiate come giovani promesse. È l’età di nessuno. Un limbo anagrafico.
E intanto i colloqui arrivano. Pochi, ma arrivano. Si entra in stanze dove la parola «esperienza» è accolta con un sorriso cortese, lo stesso che si riserva a un mobile antico: molto bello, ma non si abbina con l’arredamento minimal. Si risponde a domande sulla flessibilità, sull’uso delle tecnologie, sulla disponibilità a «mettersi in gioco». Dopo quarant’anni di lavoro, evidentemente non basta aver giocato tutte le partite possibili.
C’è anche una sottile ironia di genere. A sessant’anni un uomo diventa «un professionista navigato». Una donna rischia di diventare «una signora». E «signora», nel linguaggio del mercato, suona come un titolo onorifico che precede l’uscita di scena.
Le leggi punitive non sono sempre esplicite. A volte si nascondono nei requisiti: limiti di età nei bandi, percorsi di formazione pensati come se dopo i 55 anni l’unico corso sensato fosse quello di ceramica creativa. Oppure nella difficoltà di accedere a contratti stabili, perché «investire» su chi ha già dato tanto pare una contraddizione economica.
Eppure c’è un paradosso evidente. A sessant’anni si ha qualcosa che non si insegna: la misura. La capacità di non farsi travolgere dal panico per una scadenza. L’intelligenza di capire quando una riunione è inutile (quasi sempre) e quando invece serve davvero decidere. L’autonomia. La responsabilità. Tutte qualità che le aziende dichiarano di cercare, salvo poi preferire chi può essere definito «talento emergente».
La ricerca di lavoro diventa così un esercizio di equilibrio. Togliere qualche data dal curriculum per non sembrare «troppo storica». Sottolineare i corsi recenti per dimostrare di non essere rimasta agli anni Novanta. Allenarsi a rispondere alla domanda: «Dove si vede tra cinque anni?» senza accennare al fatto che, forse, si spera semplicemente di essere in pensione.
La cosa più sorprendente è che, nonostante tutto, la voglia di lavorare resta. Non solo per lo stipendio, ma per la dignità che il lavoro porta con sé. Per sentirsi utili, attive, parte di un ingranaggio che funziona anche grazie alla propria esperienza.
L’ironia finale è che viviamo in una società che si preoccupa dell’invecchiamento della popolazione, ma tratta chi invecchia come un problema da gestire, non come una risorsa da valorizzare. A sessant’anni non si chiede un privilegio. Si chiede solo di non essere considerata un errore di sistema.
Forse il vero atto rivoluzionario, oggi, è questo: continuare a presentarsi ai colloqui con la schiena dritta, portando con sé quarant’anni di lavoro come un merito, non come una colpa.
Robbiano Laura
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Una vergogna l’ esclusione per età.Una delle tante ingiustizie lavorative