​C’è un modo semplice per capire un amministratore: guardarlo in contesti diversi, senza filtro. Questo fine settimana mi è capitato con Silvia Salis, e l’impressione è quella di trovarsi di fronte a un vero e proprio test di Rorschach della sinistra italiana: ognuno ci legge ciò che vuole, proiettandovi le proprie speranze o i propri pregiudizi profondi.

​Venerdì l’ho osservata a Genova, sulla Costa Toscana, per l’evento “Be Digital”: un contesto tecnico tra logistica, infrastrutture e mobilità, popolato da addetti ai lavori e da una politica che cerca di stare al passo con il futuro. 

Domenica, invece, lo scenario era l’opposto: le celebrazioni alla Benedicta, a Capanne di Marcarolo. Memoria, storia, identità. Un’orazione ufficiale che richiede misura, profondità e coraggio.

Nonostante i due piani opposti, l’impronta è rimasta la stessa: una donna preparata, efficace, con una presenza scenica evidente e, soprattutto, consapevole. Salis sa di essere osservata e sa di rappresentare un’insidia o una risorsa per l’elettorato progressista. Si vede che prova a “dire qualcosa di sinistra” (il riferimento a Nanni Moretti viene quasi d’obbligo), e alla Benedicta lo ha fatto senza ambiguità: sul fascismo ha usato la parola “schifo”. Un termine netto, che segna un confine senza tentennamenti.

​Eppure, proprio qui scatta il paradosso. C’è un piano più sottile, quello dell’immagine: le Manolo Blahnik da 1200 euro, lo stile curatissimo, la frequentazione di contesti glamour. In lei assistiamo alla frizione tra l’estetica del consenso— un linguaggio capace di parlare a una borghesia moderna e meno ideologica — e l’etica dell’appartenenza, quel richiamo ai valori resistenziali che costituiscono l’ossatura del mondo progressista. 

È costruita? Può darsi. È inesperta? Sì. Non rappresenta i partiti oggi più forti? Anche. Ma fermarsi qui sarebbe un errore di prospettiva. La sinistra, infatti, sembra ancora prigioniera della domanda: “È abbastanza di sinistra per rappresentarci?”, mentre la domanda corretta dovrebbe essere: “È abbastanza forte per vincere”.

​Intanto gira già un sospetto: che dietro ci sia la mano di Matteo Renzi. Vero o no, il dubbio racconta più della fragilità della sinistra italiana più che della Salis. Tradisce la paura che una figura simile non riesca a tenere insieme il “campo largo”, specialmente nel rapporto con il mondo 5 Stelle. 

Se potessi permettermi un consiglio, sarebbe quello di tenersi lontana dall’immaginario renziano: non per la persona in sé, ma per ciò che rappresenta — una stagione che ha sedotto e poi deluso, lasciando una diffidenza che non si è mai davvero riassorbita. 

Allo stesso tempo, però, quella parabola andrebbe studiata come un manuale. Racconta ciò che accade a sinistra quando emerge una figura capace e comunicativamente rapida: all’inizio viene caricata di aspettative salvifiche, poi, in breve, le sue stesse qualità diventano un problema. La velocità diventa sospetto, l’autonomia diventa tradimento.

​La sinistra italiana soffre di un’incapacità cronica nel distinguere tra selezione e logoramento. Invece di far crescere i cavalli migliori, spesso li fa correre uno contro l’altro finché non si azzoppano, arrivando alla gara vera — quella contro Giorgia Meloni — più debole di prima. È un meccanismo quasi automatico di delegittimazione interna. 

Oggi Silvia Salis è una delle risorse più interessanti in campo proprio perché rompe certi schemi. La domanda per il centrosinistra resta dunque semplice: volete far crescere una figura competitiva o preferite bruciarla in anticipo per rassicurare i vecchi apparati? 

Perché le due cose, insieme, non stanno.

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Un pensiero su “Due giorni con Silvia Salis, ​tra le Manolo e la Benedicta: il “test di Rorschach” della sinistra italiana”
  1. Silvia Salis sta dimostrando di essere un buon sindaco e credo che per rispetto dei genovesi che hanno avuto fiducia in lei e l’hanno votata, debba portare a termine il suo mandato. Poi i conti si faranno alla fine e se Genova, come credo, sarà migliore di come l’ha trovata potrà decidere di scalare (bruttissima parola ma molto in uso) la piramide della sinistra.
    Se lo scopo della sinistra è quello di trovare un leader “presentabile” dal punto di vista mediatico direi che partiamo molto male.

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