Cuba sta affrontando oggi una delle fasi più cupe della sua storia recente, una crisi profonda che non colpisce solo le finanze dello Stato, ma la sopravvivenza quotidiana di ogni singolo cittadino. Il Paese è di fatto bloccato: la mancanza cronica di elettricità, con blackout che superano sistematicamente le venti ore al giorno, unita alla scarsità drammatica di carburante e acqua, sta paralizzando le attività produttive e mettendo a dura prova la tenuta degli ospedali e dei servizi essenziali.
Nelle notti passate nel buio più assoluto, molte città si riempiono del fragore dei cacerolazos, il battito ritmico delle pentole che i cittadini usano per denunciare, con rabbia e disperazione, l’impossibilità di garantire il nutrimento base alle proprie famiglie. Sebbene non si possano ignorare le inefficienze della gestione interna, è evidente che questa situazione sia il risultato di un logoramento decennale: l’embargo statunitense, che aveva vissuto una breve e timida apertura durante l’era Obama (2009-2017), ha ripreso a stringere la sua morsa sotto la spinta delle politiche di Donald Trump, arrivando ad una perdita del PIL nazionale circa del 15% dal 2020 al 2026 (fonte ONEI, Oficina Nacional de Estadìstica e Informaciòn), rendendo quasi impossibile per l’isola l’approvvigionamento di risorse vitali. Anche il settore turistico, che per anni ha rappresentato il polmone economico del Paese, è ormai l’ombra di se stesso.
I grandi investimenti statali in resort e hotel di lusso si sono trasformati in una scommessa persa: le strutture rimangono per lo più vuote e il numero di visitatori è crollato a meno della metà rispetto ai livelli del 2019. I pochi turisti che arrivano, in gran parte provenienti da mercati come Russia e Cina, sono inseriti in circuiti chiusi “tutto incluso” che non lasciano ricchezza reale nelle mani della popolazione, mentre il crollo del sistema dei trasporti interni rende difficile qualsiasi spostamento di merci e persone.
Questa sofferenza collettiva ha generato una frattura sociale nuova e pericolosa, che rischia di incrinare l’unità del Paese. Oggi a Cuba esiste una sorta di economia a due velocità: da una parte una minoranza che, grazie all’accesso ai dollari inviati dai parenti all’estero, può permettersi i beni dei supermercati privati; dall’altra, la stragrande maggioranza della popolazione (pensionati, insegnanti, medici e lavoratori pubblici) che deve sopravvivere con redditi che valgono ormai circa 6/7 euro al mese, una cifra del tutto insufficiente a coprire i costi della vita quotidiana.
Di fronte a un popolo ridotto allo stremo, l’atteggiamento di Washington appare segnato da un’arroganza geopolitica difficile da giustificare. La pretesa di piegare una sovranità nazionale attraverso il soffocamento economico, la carestia indotta e l’isolamento è un atto di cinismo che ignora le lezioni della storia.
È un triste paradosso vedere una potenza globale che si proclama paladina della democrazia comportarsi come un carceriere, utilizzando la fame e la deprivazione come strumenti per imporre il proprio controllo politico. In questo modo, gli Stati Uniti non ottengono libertà, ma svuotano di senso la propria statura morale, dimostrando ancora una volta che, quando l’arroganza del potere prevale sulla diplomazia, il prezzo più alto viene pagato sempre dai più vulnerabili.
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Finalmente qualcuno che ne parla! Questa gente sta morendo dietro alla tacita indifferenza di tutti! Hasta la victoria siempre!