Leggo che in occasione della Milano Design Week di fine aprile la Barbie sarà protagonista con collezioni nuove di primavera e iniziative benefiche collegate. Io ricordo benissimo la mia breve ed intensa esperienza nel mondo rosa Mattel: si chiamava Day to Night, l’unica Barbie che io abbia mai avuto.
Un colpo di genio di mia madre. Lei riteneva — e credo lo ritenga tuttora — che le bambole fossero un oggetto stupido, per bambine. Inutile farle notare che io ero una bambina. Alzava le spalle e mi chiedeva di aiutarla a pulire i fagiolini.
La femminilità, per mia madre, è questa: prendere il peggio e lasciare il meglio. La sudditanza al maschio di casa, l’irrilevanza economica, il carico domestico esclusivo. Ma senza fronzoli, “senza versi”, come dice lei. Tutto ciò che è vezzoso e frivolo è per donnette. Le vere donne fanno quello che c’è da fare e non si crogiolano nella femminilità.
Quella Barbie, quindi, fu una concessione.
Non senza rimbrotti. Era un modello giorno/notte: tailleur rosa con gonna e giacca, ma bastava togliere la giacca e girare la gonna per ottenere un abito da sera glitterato. Una meraviglia double face. Così, con una sola Barbie, potevo fingere di averne di più. Geniale. Un misto di taccagneria genovese e sagacia contadina, tipico delle donne dell’entroterra ligure.
Ricordo perfettamente il negozio: una tabaccheria di Pra’, sotto casa. Lì compravo per lei le “Astor” lunghe gold — il suo vizio, a ben pensarci una Barbie glitterata in versione sigaretta. Ma allora non ero abbastanza sgamata per farglielo notare.
Entrando, parlò con la tabaccaia quasi scusandosi di aver oltrepassato le schedine e i tabacchi, ignorato i profumi con la pubblicità del Denim, dribblato gli espositori girevoli di cartoline, per arrivare ai giocattoli.
“Sa, la bambina insisteva… eh già, sono dei mangiasoldi… è tutta colpa della pubblicità.”
E intanto mi faceva cenno di scegliere il modello “due in uno”.
Nell’immaginario di mia madre c’era più da vergognarsi nel cedere al consumismo e comprare una bambola per la figlia, piuttosto che mandare una bambina di otto anni a comprare le sigarette.
I fantastici anni ’80!
Quella Barbie divenne una reliquia. Avevo quasi paura a giocarci, per timore di rovinarla. Le facevo il bagno, le pettinavo i capelli paglierini con il balsamo, nella vana speranza di ammorbidirli. Tentativi che, a posteriori, si sono rivelati utilissimi per la mia chioma altrettanto ribelle.
Per un paio di anni fu il centro della mia femminilità. Lì mettevo tutto quello che non potevo mettere nei Lego, nel Meccano, nei giochi da tavolo — gli unici considerati degni dalla mia famiglia. Maledetti borghesotti woke.
Avrei dovuto capirlo allora: sarei diventata anch’io una “Barbie per tutte le occasioni”. Non “solo” tailleur da ufficio e non “solo” gonna di paillettes. Un po’ secchiona, un po’ glamour. Una che attraversa ambienti diversi senza appartenere davvero a nessuno di essi, ma intuendone rispettivi limiti e potenzialità.
Il vero shock arrivò a casa di una compagna di classe. Un baule pieno zeppo di Barbie dismesse e deturpate: mani mozzate, gambe sparse, teste separate dai corpi, facce scarabocchiate. Mi ricordo la sensazione di tristezza e di fastidio quasi fisico.
Lì ho capito due cose. Che il male esiste. E che mia madre, a modo suo, stava cercando di tenermene lontana.

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