Il 25 aprile celebriamo il coraggio di un popolo, delle partigiane e dei partigiani, che hanno dato la vita per la liberazione. Il mio cuore mi porta a ricordare in modo particolare la determinazione delle donne partigiane, che sono state una forza sovversiva, radicale, necessaria.

Hanno spezzato non solo il giogo del nazifascismo, ma anche quello di un ordine patriarcale che le voleva silenziose, recluse, invisibili. Non erano figure di contorno. Erano combattenti. Staffette che attraversavano posti di blocco con la morte addosso, portando armi, messaggi, speranza. Organizzatrici di scioperi, infermiere nei rifugi improvvisati, prigioniere torturate che non parlavano. Donne che hanno scelto, ogni giorno, di rischiare tutto. Non per eroismo astratto, ma per necessità concreta: libertà o oppressione, dignità o annientamento.
Nomi come Irma Bandiera, accecata e uccisa senza mai tradire i compagni. Come Carla Capponi, protagonista della Resistenza romana e poi nella vita politica. Come Teresa Mattei, la più giovane dell’Assemblea Costituente, che portò dentro le istituzioni la voce di quella lotta. E accanto a loro, migliaia di donne senza nome nei libri, ma fondamentali nella realtà.
Non combattevano solo contro l’occupante. Combattevano contro un sistema che le aveva sempre escluse. E nella Resistenza trovarono uno spazio nuovo, in cui contare davvero. Fu una rivoluzione dentro la rivoluzione: mentre si liberava il Paese, si apriva una crepa profonda nell’ordine sociale.
Quelle donne non tornarono semplicemente alla “normalità” dopo la guerra. Avevano visto, fatto, deciso. E quella esperienza entrò nella costruzione della Repubblica. Quando nel 1946 votarono per la prima volta e quando alcune di loro entrarono nell’Assemblea Costituente, non erano lì per gentile concessione: erano lì perché avevano contribuito a rifondare il Paese. Nella Costituzione italiana c’è anche la loro impronta. C’è nella centralità del lavoro, nella dignità della persona, nell’idea di uguaglianza sostanziale. Non fu un dono: fu una conquista politica, figlia della Resistenza e anche della partecipazione attiva delle donne.
Eppure, la narrazione dominante continua a ridimensionarle. Le si racconta come “aiutanti”, come figure di supporto. È una falsificazione. Senza le donne partigiane, la Resistenza non sarebbe stata la stessa. Senza di loro, la rete clandestina si sarebbe spezzata, il legame tra città e montagna si sarebbe indebolito, la lotta avrebbe perso forza.
Ricordarle oggi significa restituire verità alla storia. Ma significa anche riconoscere che la loro eredità è ancora incompiuta. Le disuguaglianze di genere persistono, i diritti vengono messi in discussione, la partecipazione politica delle donne è ancora ostacolata. Le donne partigiane non chiedevano permesso. Agivano. Disobbedivano. Costruivano. È questo che le rende ancora oggi una presenza viva, non un simbolo vuoto. Non sono icone da celebrare: sono un esempio da seguire.
Robbiano Laura PRC

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Un pensiero su “La festa della Liberazione nell’esempio delle donne partigiane”
  1. Buon 25 aprile, soprattutto a quegli italiani dalla memoria corta che se adesso sono liberi di dire ciò che vogliono, lo devono a chi li ha liberati dalla dittatura al costo della vita.

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