Avevamo la più grande acciaieria d’’Europa. All’Ilva di Taranto siamo alla resa dei conti. Quanto ha speso lo Stato per tenerla in vita, senza riuscire a curarla, a partire dal 2012, quando sono stati sequestrati gli impianti alla famiglia Riva perché pensava solo al profitto, mentre si aggravava il disastro ambientale?

Da allora un primo commissariamento (2012), una buona vendita (2015), ma finita male, perché con il passaggio di Governo sono cambiate le condizioni (2017). Quindi l’ingresso dello Stato come socio (2021) e infine un nuovo commissariamento (2024).

Sta di fatto che in 14 anni fra spese di gestione, cassa integrazione, tutela dell’indotto, compensi e Commissari, consulenze e prestito ponte siamo arrivati, di denaro pubblico, a spendere quattro miliardi di euro. Ora parte la corsa a vendere l’Ilva perché perde almeno 40 milioni di euro al mese. E, tra l’altro, se non verranno fatti gli interventi ambientali, entro il 24 agosto rischia la chiusura. Ci sono sul tavolo due offerte, la prima è quella del fondo americano Flacks Group, che non ha esperienza nel mondo dell’acciaio. Ha offerto 1 €, anche se promette di fare investimenti per 5 miliardi. Poi c’è il gruppo indiano Jindal, che ha esperienza nel mondo dell’acciaio, però vuole produrre a Taranto solo due milioni di tonnellate all’anno. Altri quattro milioni arriverebbero invece dall’Oman; e questo significherebbe un taglio di dipendenti, che potrebbero passare da circa 20.000 a circa 4.000.

Bisogna fare in fretta, perché il rischio di chiusura è alto, tanto più che queste offerte lasciano il tempo che trovano. Ma che effetti avrebbe la chiusura, come costi diretti, cioè soldi da tirare fuori subito? Chiusura vuol dire aggiungere ai quattro miliardi di denaro pubblico spesi fin qua, la cassa integrazione da pagare a 10. 000 dipendenti, 10 miliardi di debiti da saldare e fra i 4 e 5 miliardi di euro di bonifica da fare.

A questo punto, visto che abbiamo tanto bisogno d’acciaio, cosa impedisce allo Stato di tornare a produrselo in casa, nazionalizzandola e facendo gli investimenti che servono a tutelare la salute dei cittadini?

La domanda sorge spontanea. Vediamo la politica cosa risponderà.

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2 pensiero su “La “proposta indecente” di Alessandro Reale:  “dobbiamo nazionalizzare l’Ilva?” ”
  1. Ma se a Genova ci tenete tanto all’acciaio perché non rimettete gli altiforni a Cornigliano invece di sfruttare Taranto per la parte sporca?
    Aree a caldo in Italia:
    Trieste: chiusa.
    Genova: chiusa.
    Piombino: chiusa.
    Eh, vi fa comodo avere un’area di sacrificio (così l’ha definita l’ONU, non il parrucchiere sotto casa).
    Volete l’acciaio? Fatevelo a casa, visto che siete tanto bravi.
    NIMBY

    1. Questo contributo al dibattito su un tema importante che riguarda l’economia, l’industria e molti lavoratori del paese, e che si auto definisce pensiero, è rappresentativo di come, ahimè, sempre più spesso, le persone manifestino le proprie opinioni sui fatti e i problemi del nostro tempo. Il modo di esporle pare si stia sempre più avvicinando alle modalità di operare di gran parte delle macchine, in modo binario, uno o zero, si o no, bianco o nero. Ha voglia Teresa Mantero di scrivere a proposito di complessità, riflessioni, ragionamento. In una percentuale sempre maggiore i pareri, nonché i voti nelle urne, paiono essere di pancia, per “partito” preso, e il cervello dà l’idea di non essere entrato in gioco. Spero proprio che non sia così.

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