Pochi giorni fa abbiamo celebrato l’81° anniversario della Liberazione dal nazifascismo. La ricorrenza civile più alta del nostro Paese, perché è su quel 25 aprile, su quella liberazione, che si fonda la nostra Repubblica.

Ogni anno ricordiamo il coraggio di quei giovani partigiani che dissero No, spesso pagando con la vita. E facciamo bene: lo facciamo con cerimonie, cortei, incontri, libri, articoli. Lo facciamo per tenere viva la memoria di quella scelta, di quel No che restituì dignità all’Italia.

Eppure, mentre pochi giorni fa ero in piazza Pascoli, a Novi, ad ascoltare – tra gli altri – quattro studenti saliti sul palco, mi è venuto un dubbio semplice: e se ci mancasse un pezzo?

Il 25 aprile racconta come siamo usciti dalla dittatura. Ma racconta molto meno come ci siamo entrati.

Perché il fascismo non è piovuto dal cielo. Non è stato un incidente imprevedibile. È stato il risultato di paure, interessi, opportunismi, illusioni. È cresciuto dentro la società italiana, sostenuto anche da un consenso ampio, diffuso, spesso silenzioso.

È lì che si annida la lezione più scomoda. Ed è forse da lì che dovremmo ripartire.

Per questo, accanto alla festa della Liberazione, potremmo immaginare una giornata diversa. Non celebrativa, ma riflessiva. Una giornata nazionale del rammarico.

Non per sostituire il 25 aprile, ma per completarlo.

Perché il fascismo non è stato solo una tragedia italiana. Ha fatto scuola. Dal modello italiano trassero ispirazione Adolf Hitler in Germania e Francisco Franco in Spagna, tanto per citarne due. E il mondo precipitò nell’abisso della Seconda guerra mondiale e dell’Olocausto.

Ridurre tutto alla responsabilità di Benito Mussolini è troppo comodo. Il fascismo fu anche il prodotto di milioni di italiani che lo accettarono, lo sostennero, lo giustificarono. Per convinzione, per convenienza, per paura, per stupidità.

Non è una verità rassicurante. Ma è una verità necessaria.

Una giornata del rammarico servirebbe a questo: a guardare indietro senza alibi. A capire come una democrazia può scivolare, passo dopo passo, dentro una dittatura. A riconoscere i segnali, prima che sia troppo tardi.

Una data possibile esiste già: il 17 novembre 1938, quando venne emanato il Regio Decreto-Legge n. 1728, “Provvedimenti per la difesa della razza italiana”. Non una pagina qualsiasi, ma una ferita profonda: l’esclusione degli ebrei dalla vita civile, sociale ed economica. Una vergogna nazionale, messa nero su bianco. Ecco, potremmo dire che il 17 novembre di ogni anno ricorre la giornata nazionale del rammarico.

Non saremmo gli unici. In Australia, il 26 maggio si celebra il National Sorry Day: una giornata dedicata al riconoscimento delle responsabilità verso le popolazioni aborigene. Non cancella il passato, ma lo nomina, lo espone, lo affronta. Un gesto molto coraggioso.

Forse anche noi ne avremmo bisogno. Non di un rito in più, ma di uno sguardo in più.

Per ricordare non solo come siamo usciti dal fascismo, ma come ci siamo entrati. Perché è lì, in quel passaggio, che si nasconde il rischio di tornarci.

E forse anche per ricordarlo a chi, ancora oggi, gioca con simboli, parole e nostalgie, trovando consenso in un Paese che troppo spesso dimentica.

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Di andrea vignoli

Giornalista, scrittore, insegnante.

Un pensiero su “La proposta: instituiamo la giornata nazionale del rammarico”

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