A Casale Monferrato si apre un acceso dibattito politico e civile attorno alla proposta di intitolare una via a Sergio Ramelli. A confrontarsi sono due visioni opposte della memoria storica, emerse con forza attraverso i comunicati diffusi nelle ultime ore.

Sergio Ramelli era uno studente milanese nato nel 1956, militante del Fronte della Gioventù (organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano), che il 13 marzo 1975 venne aggredito sotto casa da un gruppo di militanti dell’estrema sinistra con colpi di chiave inglese; dopo oltre un mese di agonia morì il 29 aprile 1975, diventando uno dei casi più emblematici della violenza politica degli anni di piombo in Italia.
Da un lato, la consigliera comunale del Partito Democratico Ramona Bruno, a nome di una parte della coalizione di centrosinistra, esprime una netta contrarietà. La scelta viene definita «profondamente divisiva» e criticata nel metodo, ritenuto privo del necessario coinvolgimento degli organismi preposti, come la Commissione Toponomastica e il Comitato Unitario Antifascista.
Secondo la posizione espressa, le intitolazioni pubbliche non sarebbero atti neutri, ma decisioni dal forte valore simbolico, capaci di orientare la memoria collettiva. Pur riconoscendo la tragicità della morte del giovane, viene sottolineata la necessità di evitare una «selezione parziale della memoria» in relazione a una stagione, quella degli anni Settanta, segnata da violenze diffuse e terrorismo sia di estrema sinistra sia di estrema destra.
Il timore è che una scelta di questo tipo possa contribuire a una normalizzazione di riferimenti ritenuti incompatibili con i valori fondanti della Repubblica, oltre a generare possibili tensioni sul piano sociale. Da qui la proposta alternativa: un’intitolazione più ampia «alle vittime della violenza degli anni di piombo», capace di restituire un senso condiviso e inclusivo del ricordo.
Di segno opposto il comunicato dell’onorevole Enzo Amich (Fratelli d’Italia), che difende la proposta e critica duramente la posizione del centrosinistra. Secondo Amich, definire divisivo il ricordo di Ramelli significa non aver fatto pienamente i conti con quella stagione storica.
Nel testo si richiama la vicenda del giovane, ucciso a diciotto anni per le sue idee politiche, e si sottolinea come il suo caso rappresenti una delle pagine più drammatiche della violenza ideologica. «Ucciso per un tema» diventa l’espressione utilizzata per sintetizzare la brutalità di un’epoca in cui il dissenso poteva costare la vita.
Il comunicato insiste sul valore della memoria come strumento di pacificazione, richiamando anche gesti simbolici di riconciliazione tra figure storiche contrapposte come Giorgio Almirante e Enrico Berlinguer, o tra Giancarlo Pajetta e Nilde Iotti. Episodi che, secondo Amich, dimostrano come il riconoscimento reciproco sia stato alla base di un percorso di riconciliazione nazionale.
Al centro dello scontro resta dunque il significato stesso della memoria pubblica: per una parte deve essere necessariamente condivisa e rappresentare l’insieme delle vittime, per l’altra può e deve anche riconoscere singole storie emblematiche, come quella di Ramelli, in nome del rifiuto della violenza politica.
La questione potrebbe ora approdare in Consiglio comunale, con la prospettiva di un confronto più ampio che coinvolga anche la cittadinanza. Un dibattito che riflette, ancora una volta, quanto la storia degli anni di piombo continui a interrogare il presente e a dividere le comunità locali.
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